Articolo di Carlotta Mariani

Il ministro francese per l’ambiente Segolene Royal qualche tempo fa ha consigliato di non mangiare Nutella perché, utilizzando come ingrediente l’olio di palma, una delle principali cause della deforestazione, rappresenta una minaccia per il nostro pianeta. Negli ultimi tempi anche in Italia si sta facendo acceso il dibattito sull’olio di palma ma è davvero quel prodotto demoniaco che molti descrivono? C’è una qualche possibilità di riscatto? A queste domande hanno cercato di dare delle risposte i relatori invitati alla tavola rotonda “Olio di palma: sostenibilità e nutrizione”, tenutasi a Milano mercoledì 8 luglio. Sul tema sostenibilità si sono avvicendati gli intervanti di Isabella Pratesi, Direttore Conservazione Internazionale WWF Italia, Ettore Capri, Coordinatore OPERA Osservatorio Europeo Agricoltura sostenibile –   Università Cattolica del Sacro Cuore, Danielle Morley, European Director of Outreach & Engagement RSPO – Roundtable on Sustainable Palm Oil e Antonio Feola, Responsabile Ambiente e Sostenibilità AIDEPI – Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane.

Secondo Isabella Pratesi, in particolare, l’impatto dell’olio di palma è davvero notevole. Sicuramente gran parte della deforestazione è causata dallo sviluppo dell’agricoltura intensiva e questo processo ha impatti negativi sul nostro ecosistema sia in termini di perdita di biodiversità ambientale e culturale (il Wwf ha fatto notare che 1 miliardo di persone vive ancora nelle foreste), che di cambiamento climatico che di distruzione del suolo e delle risorse idriche.

C’è però da dire che oggi l’idea di sostituire l’olio di palma con altri oli vegetali o grassi animali potrebbe portare a risvolti ancora più drammatici. Questo perché la coltivazione delle palme impiega molto meno terreno rispetto alla coltivazione per esempio della soia (seconda causa di deforestazione in Amazzonia), della colza o dell’ulivo. E sicuramente l’impatto ambientale è minore di quello di un allevamento di bestiame da cui poi ricavare il burro. Altro problema: il 40% dell’olio di palma è prodotto da piccoli produttori in Paesi in via di sviluppo che in questo mondo verrebbero ampiamente danneggiati.

La soluzione a queste tematiche è l’olio di palma sostenibile. Per questo motivo nel 2003 è nata la Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile (Rspo) un’associazione senza fini di lucro, fortemente voluta dal Wwf che oggi certifica in tutto il mondo chi segue standard a favore dell’ambiente e dei diritti umani e del lavoro. Oggi Rspo conta più di 1600 membri in oltre 72 Paesi per un totale del 18% di produzione di olio di palma sostenibile nel mondo. In Europa la percentuale tocca il 20% ma c’è un obiettivo ambizioso per i prossimi anni: arrivare al 100% entro il 2020 e creare un esempio positivo per tutto il mondo.

Per farlo è necessario l’aiuto di tutti, di chi produce, di chi distribuisce ma anche dei consumatori. “Tutti noi siamo chiamati a essere leader per la conservazione del pianeta”, ha sottolineato Isabella Pratesi.

Forse ancora qualcuno storcerà il naso e non sarà ancora del tutto convinto di questa proposta di mediazione e allora è bene ricordare una cosa: la Francia è il principale produttore di colza in Europa e tra i più importanti al mondo. Forse la sua posizione contro l’olio di palma non nasce solo da un amore per l’ambiente…

13 luglio 2015
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I vostri commenti
Federico, mercoledì 4 maggio 2016 alle10:00 ha scritto: rispondi »

Intendi dal punto di vista ambientale o da quello della salute?

rolf, martedì 8 marzo 2016 alle22:26 ha scritto: rispondi »

mi sembra che non ci siano alternative valide all olio di palma

mexsilvio, lunedì 13 luglio 2015 alle19:59 ha scritto: rispondi »

il fatto che abbia effetti molto , molto negativi sulla salute delle arterie e vasi sanguini , ..???? chi se ne frega , tanto e' una cosa a lungo termine , e prima che arrivino le prime conferme mediche occorreranno almeno 50 anni , come per i grassi idrogenati ..??????

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