Il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama ieri ha preso una decisione storica che potrebbe rappresentare una svolta nella lotta al cambiamento climatico. Obama, mantenendo le promesse della sua prima campagna elettorale, ha infatti stabilito che entro il 2030 l’inquinamento generato dalle centrali elettriche, soprattutto quelle a carbone, del Paese dovrà essere ridotto del 30% rispetto ai livelli registrati nel 2005.

Il taglio delle emissioni di CO2 del 30% deciso dall’amministrazione Obama concede molto autonomia e flessibilità ai singoli Stati, liberi di attuare le strategie che ritengono più opportune per raggiungere l’obiettivo federale. Ogni Stato avrà degli obiettivi stabiliti dal Governo centrale da raggiungere e potrà sfruttare il mix energetico disponibile sul suo territorio e più conveniente per ridurre le emissioni climalteranti. Una procedura ugualmente flessibile è stata seguita anche per la riforma sanitaria, non sempre con risultati favorevoli. Non imporre delle regole e degli standard comuni, ma lasciare tutto al libero arbitrio dei singoli governi, potrebbe infatti generare confusione, colpendo le aziende che operano in più Stati. Inoltre, gli Stati contrari alle politiche ambientali di Obama potrebbero fare resistenza e non adoperarsi per elaborare dei piani anti-inquinamento.

Gli ambientalisti, da sei anni in attesa che il Presidente mantenesse le sue promesse sul clima, hanno accolto in parte positivamente il programma anti-inquinamento di Obama. A protestare sono invece i Repubblicani e i legislatori statali che si occupano delle centrali a carbone. Questi ultimi temono costi eccessivi per l’attuazione della riforma. In realtà molti Stati americani hanno già attuato con successo dei programmi per la riduzione delle emissioni. Iowa e Minnesota generano fino al 20 per cento della loro energia da fonti rinnovabili, mentre gli Stati del Sud-Est come il Nord Carolina dipendono dal nucleare. La California e nove Stati del Nord-Est hanno adottato programmi di cap-and-trade. Più in difficoltà sarebbero invece gli Stati del Rust Belt, dipendenti quasi completamente dalle centrali a carbone.

Tra le misure che i singoli Stati potranno attuare per raggiungere gli obiettivi fissati dal Governo centrale figura proprio la chiusura delle centrali a carbone, accompagnata dallo sviluppo di energie rinnovabili e dal miglioramento dell’efficienza energetica. Inoltre sarà possibile seguire l’esempio della California, attuando programmi di cap-and-trade. O ancora tassare le emissioni di CO2 provenienti dalle centrali a carbone.

I benefici del nuovo programma ambientale di Obama saranno evidenti sia sul fronte della riduzione dei costi sanitari legati alle malattie da inquinamento, sia sul fronte occupazionale, con la creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro nelle energie pulite. Nello specifico, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ossido di azoto e ossido di zolfo porterà a salvare 6.600 vite ogni anno, i casi di asma saranno 150 mila in meno, le malattie polmonari e respiratorie mieteranno un numero nettamente inferiore di vittime. Per quanto riguarda l’impatto della riforma sull’occupazione, secondo i Repubblicani si perderanno 250 mila posti di lavoro ogni anno. Inoltre, aumenteranno le bollette e le casse dello Stato pagheranno un conto salatissimo pari a 50 miliardi. Secondo la Casa Bianca, invece, ci sarà un ritorno economico compreso tra i 55 e i 93 miliardi di dollari, a fronte di una spesa di 7-8 miliardi di dollari.

3 giugno 2014
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