Il disastro di Fukushima è avvenuto neanche un anno fa, eppure la velocità di assimilamento delle notizie tipica della moderna società mediatica lo fa sembrare quasi Storia, un evento lontano nel tempo e dal dibattito attuale. Certamente non è così per gli abitanti del posto e per gli operai che ancora lavorano giorno dopo giorno per mettere in sicurezza il reattore. E non è storia da archiviare neanche per Greenpeace.

L’associazione ambientalista, da sempre avversaria dell’uso dell’energia atomica, ha da poco pubblicato una serie di documenti-reportage su quanto successo. Li ha commissionati a un gruppo di esperti esterni e indipendenti, in modo da aumentare la credibilità dell’iniziativa. Ma il risultato è comunque prevedibile: il nucleare resta un pericolo per il mondo intero e Fukushima ci fornisce due lezioni importantissime:

  1. Non esiste un nucleare sicuro. Quella di trovare una tecnologia sicura al 100% sembra ogni giorno di più un’utopia. L’incidente accaduto non era affatto imprevedibile… eppure, in un Paese così abituato a gestire al meglio i disastri, è avvenuto lo stesso;
  2. Le istituzioni che dovrebbero garantire la sicurezza dei cittadini hanno fallito miseramente.

Come recita il comunicato stampa di Greenpeace Italia:

Non è stato semplicemente un disastro naturale a causare il tragico incidente alla centrale di Fukushima Daiichi, ma piuttosto il fallimento del governo, delle agenzie di controllo e dell’industria nucleare giapponese.

Anche secondo Greenpeace internazionale il fallimento riguarda le istituzioni politiche, più preoccupate di difendere le lobby del nucleare che non la salute dei propri concittadini.

Il reportage, di cui esiste una versione completa, ma anche una più sintetica di cui si consiglia assolutamente la lettura, arriva alle seguenti conclusioni (riportate nel comunicato di Greenpeace Italia):

  • Le autorità giapponesi e gli operatori dell’impianto di Fukushima hanno agito sulla base di assunzioni assolutamente errate sulle probabilità di un incidente grave: i rischi erano noti ma minimizzati e ignorati;
  • sebbene il Giappone sia considerato uno dei Paesi più preparati al mondo a fronteggiare disastri di grande entità, nella realtà dei fatti questo disastro si è dimostrato peggiore, nelle sue conseguenze, di ogni ipotesi pianificata: i piani di emergenza nucleare e di evacuazione non sono riusciti a proteggere adeguatamente le persone;
  • centinaia di migliaia di persone hanno sofferto le conseguenze dell’evacuazione forzata per evitare l’esposizione alle radiazioni. Queste persone non possono rifarsi una vita perché non hanno ancora ottenuto indennizzi. Il Giappone è uno dei tre soli Paesi al mondo che, per legge, considera un operatore di impianto nucleare (TEPCO, in questo caso) interamente responsabile dei danni causati da un disastro nucleare ma, evidentemente, i meccanismi di riconoscimento della responsabilità del danno e della successiva erogazione degli indennizzi alle vittime non funzionano.


L’augurio di Greenpeace, allora, è sempre lo stesso:

Greenpeace chiede al Governo del Giappone di non riavviare i suoi impianti nucleari e di favorire piuttosto lo sviluppo di efficienza energetica ed energie rinnovabili per creare migliaia di posti di lavoro, migliorare l’indipendenza energetica del Paese riducendo le emissioni di gas serra, con la garanzia che nessuno dovrà soffrire di nuovo per il fallout di un prevedibile disastro nucleare. Greenpeace chiede anche la progressiva chiusura di tutti gli impianti nucleari nel mondo entro il 2035.

Queste richieste sarebbero sembrate assurde anche solo un anno fa, probabilmente perché incidenti come quello di Chernobyl erano ormai stati archiviati dalla memoria collettiva come storia passata, non più riferibile all’attualità. L’auspicio nostro, nell’unirci all’appello di Greenpeace, è che ci si ricordi delle lezioni di Fukushima ancora per molto tempo.

28 febbraio 2012
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