Lo smantellamento e la messa in sicurezza delle vecchie centrali nucleari, a un punto fermo da 30 anni, sosterrà la creazione di nuovi posti di lavoro nei prossimi anni in Italia. Sono i dati emersi oggi a Ecomondo nell’ambito di un convegno dedicato al decommissioning degli impianti atomici italiani e alla creazione di un deposito unico per i rifiuti radioattivi.

L’incontro, promosso dall’Osservatorio per la chiusura del ciclo nucleare, ha fatto il punto sulle ricadute economiche e occupazionali del decommissioning. Nel corso dei lavori sono intervenuti l’onorevole Alessandro Bratti, a capo della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, il professor Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Stefano Leoni, presidente dell’Osservatorio per la chiusura del ciclo nucleare.

Secondo le stime degli esperti, l’intera operazione di decommissioning, che può essere ascritta a tutti gli effetti al settore della Green Economy, attirerà, da qui al 2035, investimenti per 6,5 miliardi di euro apportando al nostro Paese non solo benefici economici ma anche sociali, ambientali e sanitari.

I dati sulle ricadute occupazionali create dal decommissioning non tengono conto dell’indotto, che genererà ulteriori posti di lavoro. Per la bonifica dei siti e le altre delicate operazioni legate allo smantellamento delle centrali nucleari saranno richiesti profili altamente qualificati. In tutta Europa, da qui al 2050, nella chiusura del ciclo nucleare verranno investiti 67 miliardi di euro. Se l’Italia acquisirà competenze, formando personale specializzato e investendo in ricerca, potrà svolgere un ruolo da leader, esportando il suo know-how.

In Italia il percorso per lo smantellamento delle centrali è però ancora lungo. A oggi non disponiamo ancora di una Valutazione Ambientale Strategica sul piano di dismissione e di bonifica e manca un deposito nazionale per le scorie radioattive.

I siti da bonificare e mettere in sicurezza sono quelli di Trino (VC), Caorso (PC), Latina (LT), Garigliano (CE), Bosco Marengo (AL), Saluggia (VC), Casaccia (RM) e Rotondella (MT) per un totale di 55 mila metri cubi di rifiuti radioattivi da smaltire.

6 novembre 2014
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Silvano Ghezzo, sabato 8 novembre 2014 alle0:30 ha scritto: rispondi »

Appunto, sono proprio curioso di vedere dove e se troveranno il sito nazionale di smaltimento scorie, visto che in Italia praticamente non esistono territori che assicurino condizioni di sicurezza per tale operazione. Ho la "vaga" impressione che gli attuali siti di giacenza avranno "vita lunga e stabile", o in alternativa un poco probabile forzoso ma carissimo trasferimento all'estero . Come sempre sono un inguaribile "ottimista".

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