Smaltire scorie nucleari: il problema continua in Italia

Dopo il risultato del referendum gli italiani festeggiano: niente nucleare in Italia. Ma sarà vero? In realtà, il nostro Paese sta ancora dismettendo le vecchie centrali, chiuse dopo la consultazione referendaria del 1987; dismissione che comporta il più classico dei problemi riguardanti le centrali – oltre a costi complessivi pari a 400 milioni annui -, ovvero, le scorie.

Di queste, solo una minima parte risulta di terza categoria – quella più pericolosa. Eppure, anche se parliamo di pochi metri cubi di materiale, come spiega bene Giuseppe Onofrio (direttore esecutivo di Greenpeace Italia) nel portale Cado in Piedi, non abbiamo in Italia alcuna idea seria su come stoccarle:

Di questi 60 o 100 mila metri cubi [di rifiuti nucleari], che sono quelli che comunque totalmente poi verranno fuori dallo smantellamento, dobbiamo distinguere due categorie. La seconda categoria che è circa il 90% di questo volume ma è il 10% della radioattività. Per questo genere di rifiuti nucleari la linea internazionale è quella di fare dei depositi di superficie, dei bunker e di considerare questi rifiuti come tali per circa 3 secoli. La linea internazionale è quella di dire: siccome l’uomo è in grado di fare dei manufatti che resistano per 3 secoli, questi si possono gestire, quindi il territorio verrebbe vincolato per 3 secoli. Poi ci sono, invece, i rifiuti di terza categoria che sono quelli più pericolosi di cui non si sa bene cosa fare perché si propone da 50 anni di fare i cosiddetti depositi geologici, miniere o andare sottoterra per 700/800 metri, quelli sono il 5% in volume ma sono il 90% della radioattività.

La parte più pericolosa delle scorie è costituita dal combustibile irraggiato, quello già bruciato di cui ce ne erano ancora mi sembra 230 tonnellate in Italia per la maggior parte a Caorso che sono stati mandati in Francia per il ritrattamento, mentre in passato questa operazione veniva svolta in Inghilterra.

Insomma, incapace di smaltire da sé le proprie scorie, l’Italia paga paesi stranieri per risolverle il problema; senza azzerare i rischi, per altro, visto che anche il trasporto non ne è esente.

Ma lo smaltimento è un problema anche all’estero e le stesse scorie trattate, spesso ritornano nel nostro paese per lo stoccaggio definitivo:

Per quanto riguarda le scorie a bassa e media attività sia in Francia che in Spagna ci sono dei depositi di superficie, il problema è per le scorie più pericolose, quelle che noi in Italia definiamo di terza categoria. La Francia sta facendo degli studi per fare un deposito geologico che dovrebbe aprire nel 2025. La linea internazionale è quella di costruire dei depositi che siano sempre svuotabili per almeno un secolo perché gli stessi proponenti di queste soluzioni sanno perfettamente che questa soluzione non è ottimale. La linea dovrebbe essere quella di fare dei depositi che nel caso in cui in futuro si capisca bene cosa fare, le scorie si possono poi recuperare da dove le abbiamo messe per gestirle in un altro modo:

La Francia sta studiando formazioni argillose, la Finlandia sta lavorando sul granito però dopo 60 anni di industria ricordiamo che il primo reattore è andato in linea nel 1954. Non c’è nessun paese che possa dire: guardate ho fatto così, i risultati della mia soluzione sono questi, c’è una statistica… Mentre le scorie chimiche nella maggior parte dei casi sono inertizzabili, quindi si possono trattare chimicamente per ridurne la pericolosità e quindi renderli più inermi, nel caso del nucleare questo non accade, nel senso che la radioattività decadendo fa trasmutare gli elementi in altri elementi, alcuni di questi sono gassosi, alcuni di questi hanno proprietà chimiche diverse, diventano corrosivi. Noi pensiamo che gran parte della radioattività dei nostri rifiuti è divisa tra Emilia Romagna e Piemonte, tra Caorso e Saluggia in particolare. Il problema è che non sappiamo prevedere quale sarà il comportamento dei materiali che sono a contatto con le scorie nel lungo periodo, quindi non esiste fondamentalmente nessuna statistica che ci dica effettivamente quale soluzione consenta di isolare bene. Gli impianti che noi abbiamo sono tutti ex impianti di produzione e sono vicini all’acqua. L’acqua invece deve stare lontano dalle scorie.

Insomma, l’esito referendario non ha risolto una volta per tutti i rischi nucleari nel nostro Paese. Se è indubbio che sia stata una grande vittoria per il fronte ambientalista, resta senz’altro vero che occorrerà rimanere vigili.

16 giugno 2011
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