Il corteo di ieri in Val di Susa ha messo in luce quanto la questione TAV travalichi ormai quella del semplice “ambientalismo”, sfociando in uno scontro radicale e a larghi tratti violento fra diversi modi di intendere la “democrazia” e le “decisioni politiche”. Da una parte i grandi partiti, da quelli di maggioranza al PD, esprimono il principio per cui delle istituzioni centrali democraticamente elette hanno il diritto di assumere delle decisioni importanti, anche contro il consenso “locale”; e se, di fatto, dicono di essere pronti a garantire ampi margini di controlli sui lavori, non sembrano voler neanche ascoltare delle critiche che mettano in discussione la loro opportunità. Tipica espressione di questa posizione, il sindaco di Torino Piero Fassino che dalle pagine di Repubblica invita ad:

Abbandonare le barricate. Allo stillicidio di manifestazioni e blocchi sarebbe più utile un confronto con l’Osservatorio, vigilando sul cantiere e sulla costruzione delle opere per la messa in sicurezza della Valle, insieme con i sindaci. Nessuno vuole ignorare le loro richieste, ma un conto è chiedere di essere coinvolti per fare, un conto è manifestare per impedire.

Dall’altra parte, fortemente convinti dell’inutilità di lavori dispendiosi e terribilmente invasivi per l’ambiente – e per la vita degli abitanti -, i No TAV oppongono le ragioni di una democrazia dal basso, costruita in 20 anni di lotte, solidarietà e sperimentazioni. Espressioni delle piccole istituzioni locali, insieme a frange politiche di base, frange cattoliche fino a professori universitari hanno deciso di che in nessun modo una decisione politica così grave poteva passare senza il consenso del territorio. Arrabbiati per il non essere stati mai presi troppo sul serio, per le troppo frettolose definizini di “Nimby” e per il silenzio e la mistificazione imposta dai grandi media sono in scesi in piazza “investendo” i loro corpi e le loro vite nella causa.

Si tratta di una contraddizione particolare-generale, democrazia indiretta-democrazia diretta che sta investendo diversi settori del nostro Paese, spessissimo per motivi ambientali. Anche se con meno radicalità e rabbia, è la stessa lotta per salvare le Tremiti; ma anche, prima che diventasse un cavallo da guerra per tutte le forze di opposizione al governo, la stessa battaglia vinta da Acqua Bene Comune per il referendum del 12 e del 13 giugno scorso. Anzi, molte sigle che hanno animato quel movimento, sono le stesse che ora aderiscono e portano avanti la lotta No TAV.

Entrambe le fazioni sono convinte di essere nella ragione e “squalificano” gli avversari come referenti illegittimi. Lo scontro era, forse, inevitabile. Ma a un certo punto il limite, appunto, viene valicato: difficilmente si può continuare a parlare di queste cose restando in ambito ambientalista. E dato che la cronaca e l’analisi politica non sono il nostro lavoro, ci dobbiamo fermare. Fermare, sì, ma coscienti di essere alla soglia di un discorso ampio e vasto che interessa la nostra quotidianità e l’ambientalismo dei prossimi anni fino al midollo. Per questo, saremo ben lieti di sapere cosa ne pensiate voi di tutta questa situazione.

4 luglio 2011
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I vostri commenti
Giscaribe, lunedì 4 luglio 2011 alle21:28 ha scritto: rispondi »

Chi ha lavorato nell'edilizia industriale e non solo, sa bene a cosa servono gli appalti come la TAV. L'utilità pubblica è pari a 0, anzi ad una cifra negativa difficilmente quantificabile, neppure servisse per trasportare merci, bensì dirigenti, politici e qualche turista facoltoso. Che l'Italia abbandonasse ogni velleità industrializzoide e si convertisse incondizionatamente all'iperambientalismo, alla promozione internazionale della propria cucina tipica alla tutela e salvagurdia dei beni artistici, achitetonici, storici, ambientali e culturali, intesi anche come folklore e tradizioni locali. In Italia  se piccola parte del sostegno alla "grande industria" fosse capillarizzato oculatamente, potremmo vivere solo di queste risorze... pura utopia

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