Pochi giorni fa con il si al referendum anti-trivelle del Consiglio Regionale della Sardegna si era arrivati a cinque Regioni e quindi al quorum per poter depositare la richiesta in Cassazione. Oggi sono ben 10 le Regioni che si affermano contrarie alle prospezioni entro le 12 miglia e alla centralizzazione delle competenze sulle materie energetiche allo Stato. Gli enti locali hanno depositato in Cassazione sei quesiti referendari.

Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise, la metà delle Regioni del Paese e due terzi di quelle costiere, dicono no alle trivelle nei nostri mari che, secondo il parere delle amministrazioni regionali, dovrebbero recuperare e potenziare invece la loro vocazione turistica. Vediamo però a cosa si riferiscono i vari quesiti referendari:

  1. Il primo riguarda l’articolo 38, comma 1, del decreto “Sblocca Italia“, che sancisce la strategicità, indifferibilità ed urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi.
  2. Il secondo si riferisce al comma 1-bis dello stesso articolo, che istituisce un nuovo “piano delle aree” per razionalizzare l’attività di ricerca ed estrazione sul territorio, affidando alla Conferenza Unificata un ruolo non vincolante.
  3. Nel terzo viene contestata la durata delle attività previste sulla base del nuovo titolo concessorio unico che sostituirà i permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione.
  4. Il quarto quesito riguarda l’articolo 57 del d.l. 5 del 2012 sulle semplificazioni. Fa riferimento alle infrastrutture strategiche e prevede che lo Stato, con la procedura semplificata disciplinata dalla legge n. 239 del 2004, si sostituisca alle Regioni.
  5. Il quinto fa da estensione e completamento al secondo e al quarto. Si riferisce in particolare al ruolo degli enti territoriali che secondo la nuova normativa vedrebbero ridotte le loro competenze riguardo alla definizione delle aree esplorative e al rilascio dei titoli minerari.
  6. Il sesto riguarda l’articolo 35 del decreto legge 3 del 2012, il cosiddetto “Decreto Sviluppo“, che è stato convertito con modificazioni dalla legge n. 134 del 2012. Con questo quesito si chiede di ripristinare in pieno il divieto di qualunque attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi, nelle aree marine protette ed entro le 12 miglia, sia dalle coste che dalle aree protette stesse.

Soddisfatte le associazioni ambientaliste e in particolare Legambiente, che da sempre ha sostenuto le Regioni in questa battaglia. Il presidente Vittorio Cogliati Dezza spiega come questa sia una tappa importante, ma che la lotta non finisce qui:

Nell’attesa che la Cassazione si pronunci sul referendum, continueremo con azioni di mobilitazione e impegni concreti per fermare i progetti petroliferi in mare recentemente sdoganati.

Due in particolare quelli più urgenti: Ombrina Mare, la piattaforma petrolifera che dovrebbe sorgere a largo della costa abruzzese, di cui si discuterà il prossimo 14 ottobre al Ministero dello Sviluppo economico con una conferenza dei servizi, e Vega B, la piattaforma prevista nel canale di Sicilia a largo della costa ragusana, che ha da poco ricevuto il nulla osta ambientale e su cui Legambiente e altre associazioni hanno già fatto ricorso al TAR.

1 ottobre 2015
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I vostri commenti
jogger, giovedì 1 ottobre 2015 alle23:44 ha scritto: rispondi »

e l'emilia romagna che fa? io sono contrarissima al fracking!

mario asmara, giovedì 1 ottobre 2015 alle14:45 ha scritto: rispondi »

Azioni di buon senso speriamo vadano a buon fine tra le altre cose non considerate dal governo incostituzionale "la Repubblica Italiana" tutela il paesaggio" a parte la salute dei cittadini che non si interviene fino a che non ci sono centinaia di morti per inquinamenti conclamati e denunciati

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