Tornano a far discutere i cantieri per la Metro C a Roma. Questa volta però non sono i ritardi nel completamento dei lavori o i possibili danni al patrimonio monumentale capitolino al centro del dibattito, ma l’abbattimento di 109 alberi piantati il secolo scorso (nel 1952) e costituenti l’area verde di viale Ipponio.

Alla base della decisione, approvata da parte del Comune di Roma, vi sarebbero secondo il presidente dell’Associazione “Ipponio Verde” Maria Giovagnoni motivazioni economiche che nulla hanno a che vedere con il progetto iniziale:

Ci stanno per distruggere l’area verde per cui siamo già insorti e per fortuna il primo luglio siamo riusciti a bloccarli. Adesso abbiamo visto i progetti esecutivi e così scoperto che ci in quel luogo metteranno i gruppi elettrogeni e le cabine di raffreddamento dell’olio della talpa: tutto per proteggere il “Tennis Roma” dove inizialmente doveva essere allestito il cantiere.

“Salvare il cemento sacrificando il verde”, questo l’obiettivo dei lavori secondo i cittadini residenti nella zona e ai quali l’area di viale Ipponio era stata affidata affinché rinascesse come spazio verde comune. A sottolinearlo anche l’assessore comunale Nicole Naim, della Lista Civica Marino, che si è schierata a favore delle famiglie:

Ho contato sul progetto esecutivo, che mi ha fornito Roma Metropolitane la scorsa settimana con accesso agli atti un totale di 109 alberi e arbusti che verranno per lo più abbattuti e in minima parte espiantati nella sola area Ipponio-Ambaradam. L’area verde era stata da anni data in adozione proprio a queste famiglie che con i loro bambini, prodigando tante cure amorevoli e spendendo denaro, l’hanno fatta rinascere e restituita all’attuale splendore.

La decisione ha quindi sorpreso e sconcertato la popolazione, che vede condannato quello che è stato un “orto di guerra” a favore di:

Un campo da tennis che è in un’area comunale, che un privato ha in affidamento al prezzo irrisorio di neppure 2.000 euro l’anno e che sono riusciti riuscita con abile mossa a proteggere. Hanno condannato tutto il filare di doppi platani pianti nel 1952, un giardino storico che è stato anche “orto di guerra”.

A rischio anche la salute delle famiglie che affacciano sul giardino mettendo macchinari pericolosi e inquinanti a cinque metri dalle finestre: in evidente contraddizione con l’articolo della Costituzione che protegge il diritto alla salute.

Nel ricordare al neo sindaco Marino di essere egli stesso un medico, quindi cosciente dei possibili danni alla salute di chi abita a fianco del parco, i cittadini rivolgono una domanda che non potrebbe essere più diretta e spontanea:

Perché il Comune permette di radere al suolo un giardino e salva invece il campetto (di proprietà comunale, ma dato in concessione a un privato), situato sul lato opposto della strada e sede originaria del cantiere?

7 agosto 2013
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