Un interessante articolo de Il Sole 24 Ore – a firma Valerio Castronovo – svela alcuni retroscena poco piacevoli del taglio previsto agli investimenti sul nucleare su scala europea. Il rischio paventato, non senza ragione, è quella di un ritorno in auge del carbone come fonte di produzione energetica.

Mai del tutto abbandonato, il buon vecchio “coke” è stato il protagonista assoluto dell’industrializzazione della nostra civiltà: motore delle fabbriche, elemento energetico indispensabile nella produzione dell’acciaio, fino a produttore di energia elettrica. Una cinquantina di anni fa iniziò il suo rapido declino, in favore del cugino petrolio, più facilmente trasportabile e meno devastante per l’ambiente. Declino che sembra avere toccato il suo fondo qualche anno fa, per essere seguito da una lenta inversione di tendenza.

Fukushima e la scarsità di petrolio, uniti alla richiesta sempre più avida di energia da parte del Vecchio Continente, hanno ritrasformato uno strumento obsoleto nella possibile “nuova moda” energetica. E di centrali a carbone ne esistono già tante, spesso al cosiddetto “carbone pulito”, che poi pulito non è.

Il problema è che l’Unione Europea, giusto un anno fa, aveva deciso di eliminare al suo interno tutte queste centrali, in funzione di una politica anti-CO2 che rischia oggi di essere sconfessata dagli stati membri. Ciò che si chiede Castronovo è dunque riassumibile in questa domanda: che l’addio al nucleare ci costi in termini ambientali un boom del carbone?

Difficile dire quale sarà la politica a medio breve termine dei Paesi membri e difficilmente assisteremo a decisioni comuni. Le analisi più accreditate parlano di 15 anni prima che le tecnologie sulle rinnovabili diventino davvero mature per sostituire il nucleare e le fonti fossili. Nel frattempo il carbone potrebbe davvero riprendersi lo scettro di re della produzione energetica, anche se siamo portati a credere che la maggior parte dei Paesi europei continuerà a investire sul gas (meno inquinante e necessitante di impianti complessivamente più leggeri).

Inoltre, a nostro parere, la vera scommessa dei nostri tempi, più che sulle nuove fonti di energia, dovrebbe orientarsi sul risparmio energetico e su una certa “decrescita” delle produzioni. Per quanto tempo un modello economico basato su uno sviluppo indefinito sarà sostenibile dal nostro pianeta?

25 luglio 2011
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