Nella Repubblica Democratica del Congo sta per essere costruita la più grande diga del mondo, Inga 3. Verrà realizzata sul fiume Congo, il secondo fiume al mondo per portata d’acqua. L’acqua verrà convogliata per la produzione di energia elettrica: si stima che si arriverà a quasi 40.000 MW di potenza, pari al doppio di quelli prodotti dalla gigantesca diga delle Tre Gole in Cina, e pari alle performance energetiche di 20 grandi centrali nucleari.

Il Governo congolese sembra indirizzato ad agevolare la strada verso la realizzazione più prossima possibile dell’enorme opera, a dispetto della preoccupazione delle 60.000 persone che dovrebbero spostarsi proprio a causa della sua messa in cantiere e degli ambientalisti che paventano un notevole rischio per l’ambiente, concretizzatosi anche in altri casi analoghi, anche per quanto riguarda la disponibilità e l’equilibrio vitale dei pesci e delle altre forme di vita dell’ecosistema fiume.

La cosa più grave è che sembra che non verrà realizzato nessun tipo di studio preliminare di carattere ambientale o sociale, per lo meno prima che inizi l’opera. In un’intervista filmata rilasciata alla Ong di Washington International Rivers da parte di Bruno Kapandji, capo del Project Office di Grand Inga, lo stesso ha ammesso che anche gli studi in programma non saranno completati prima dell’inizio dei lavori, che è previsto per novembre 2016 e ha spiegato:

È una scelta da fare, le persone non hanno energia elettrica. Abbiamo deciso un obiettivo, dobbiamo produrre energia.

Ci sono un sacco di studi da effettuare, almeno 18, e noi favoriamo alcuni piuttosto che altri in base alla priorità.

Per Kapandji questa soluzione è l’unica scelta per un Paese che ha bisogno di energia da utilizzare e da vendere, per avere più stabilità economica e sociale:

Come congolesi non abbiamo altra scelta se non quella di costruire Inga 3. Per le città di Kinshasa, Bas-Congo e Katanga, Inga 3 è l’unica soluzione.

Oggi il prezzo delle materie prime è in calo e abbiamo bisogno di entrate. Se avremo un sacco di energia per l’esportazione, come il Canada e l’Uruguay, non avremo problemi.

Secondo Peter Bosshard, direttore ad interim di International Rivers, questo avverrà però a scapito di migliaia di persone che si vedranno scacciate dalle loro terre e per le quali non è stato previsto nemmeno un piano di riallocamento. Si tratta di 35.000 persone che si dovranno spostare nella prima fase dei lavori e altre 25.000 che lasceranno le loro case nella seconda fase.

I costi del progetto sono altissimi: si parla di 14 miliardi di dollari solo per la prima parte dei lavori, altri 100 saranno impegnati per le parti successive. L’appalto dei lavori verrà dato ad una delle due più grandi aziende cinesi che realizzano dighe di queste dimensioni e che hanno garantito che tra 4 o 5 anni l’opera sarà già attiva.

La mancanza degli studi necessari però, come spiegano gli ambientalisti, va contro le linee guida cinesi per gli appaltatori esteri e va contro anche la legge nazionale e le politiche di salvaguardia della Banca Mondiale, che insieme alla Banca per lo Sviluppo Africano ha approvato nel 2013-14 lo stanziamento di 141 milioni di dollari, proprio per la realizzazione dell’opera. È probabile, come molti sperano, che saranno proprio questi contrasti a ostacolare la strada verso la realizzazione del gigante energetico.

30 maggio 2016
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