Sono circa 17.600 i cani randagi che la città di Kabul ha deciso di condurre alla morte in un anno: accalappiati, vengono successivamente avvelenati. La mattanza pare proseguire anche oggi, nel tentativo di proteggere la popolazione locale da malattie e contagi, oltre a preservare l’incolumità dei cani di proprietà. Questo consentirebbe un controllo brutale del numero dei randagi. Gli operatori comunali, vestiti con una tuta arancione, utilizzano ganci d’acciaio, barre di legno e reti per immobilizzare gli animali.

Ai poveri quadrupedi viene imposta una struttura di ferro pesante direttamente sul collo, che immobilizzandoli consentirà agli operatori introdurre con facilità in bocca un cucchiaio di stricnina. Gli animali non muoiono velocemente ma sono travolti da crampi e spasmi, per almeno un’interminabile ora. In alternativa, l’avvelenamento avviene attraverso bocconi di carne trattata, disseminati durante la notte. Il passaggio in mattinata rivela i corpi dei cani moribondi, che vengono caricati sul camion e gettati nelle discariche fuori città.

Gli stessi abitanti non mostrano compassione ma assecondano l’incredibile sacrificio di cani, partecipando attivamente e uccidendo gli animali in prima persona. La paura è quella di contrarre la rabbia tramite morsi, aggressioni o graffi. Spesso, durante la cattura, la popolazione si raduna per assistere all’uccisione. In Afghanistan i cani vengono utilizzati solo come esemplari per la guardia o per i combattimenti, il loro è un ruolo molto lontano da quello del compagno di affezione a cui siamo abituati. A quanto pare l’unica soluzione, fino a ora funzionante, è stata quella della mattanza.

Si è presa in considerazione l’idea di vaccinare e ridimensionare il numero dei randagi tramite la sterilizzazione, ma
la proposta è ancora al vaglio. Molti animalisti, che cercano di salvare i randagi a Kabul, si sono detti fermamente contrari alla morte dei quadrupedi. La mattanza non serve a fermare il numero degli animali a piede libero, la generazione successiva prenderà il posto di quella eliminata creando lo stesso scompiglio. La via più logica potrebbe contemplare visite, cure, vaccinazioni e sterilizzazioni. In questo modo si conterrebbero malattie e il numero dei randagi, senza uccidere in modo cruento. Alcuni residenti sono rimasti fortemente turbati dalle catture e dagli avvelenamenti tanto da ritenere inutile la metodologia.

4 settembre 2014
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I vostri commenti
gabry, mercoledì 10 settembre 2014 alle17:57 ha scritto: rispondi »

Sig.Silvana: la differenza è che gli esseri si possono difendere gli animali no!!

Silvana, domenica 7 settembre 2014 alle11:42 ha scritto: rispondi »

Chi non dimostra compassione per gli animali non ne dimostra nemmeno per gli uomini. La barbarie comincia da qui e poi prosegue con gli esseri umani.

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