Il disastro ambientale della Deepwater Horizon, la piattaforma semisommergibile per l’estrazione del petrolio andata in fiamme nel Golfo del Messico, continua a generare polemica. E questa volta le accuse sono decisamente terribili: i solventi utilizzati per contenere il petrolio della Marea Nera sarebbero 52 volte più tossici del petrolio stesso.

È il dato allarmante diramato dal Georgia Institute of Technology e dall’Universidad Autonoma de Aguascalientes, dopo uno studio congiunto sulla fuoriuscita del petrolio e sulle modifiche che questa ha portato all’ecosistema. A quanto pare, la mistura di solventi e petrolio avrebbe generato un composto 52 volte più tossico per la fauna e la flora marina rispetto alla fuoriuscita stessa, con conseguenze di sostenibilità davvero disastrose. In particolare, i test di laboratorio dimostrano come i solventi anti-petrolio portino alla morte immediata dei rotiferi, dei microscopici organismi alla base della catena alimentare del Golfo del Messico.

La sostanza incriminata si chiama Corexit ed è prevista dai protocolli dell’Environmental Protection Agency in caso di disastro ambientale. La sua peculiarità è quella di agglomerare le chiazze di petrolio affinché non si spargano senza sosta sulla superficie marina, per garantirne poi una facile aspirazione con speciali pompe. Riconosciuto e utilizzato in tutto il mondo per la sua efficacia, il solvente pare non sia mai stato sottoposto a effettive prove di tossicità, così come denunciano i due organismi alla base di questo studio. Il Corexit non solo causa lo sterminio totale della popolazione adulta dei rotiferi, ma abbatte anche il 50% delle uova. Uova di cui si cibano in primavera i piccoli pesci, i granchi e i gamberetti, soprattutto in prossimità delle rive o delle foci dei fiumi. Un danno ecologico inestimabile, perché i rotiferi solo la base della catena alimentare e la loro presenza determina la sopravvivenza della gran parte delle specie marine oggi conosciute. Così ha commentato Roberto-Rico Martinez, il ricercatore capo dello studio:

«I solventi sono pre-approvati per contenere le fuoriuscite di petrolio e sono largamente utilizzati durante questi disastri. Ma conosciamo poco della loro tossicità. I nostri studi dimostrano come la loro tossicità sia stata largamente sottostimata a seguito dell’esplosione di Macondo.»

A far eco a questo allarme Terry Snell, professore della Georgia Tech School Of Biology:

«Quello che rimane da determinare è se i benefici della contenzione del petrolio tramite Corexit siano sorpassati dalla sostanziale tossicità della mistura. Forse dovremmo permettere al petrolio di disperdersi naturalmente. Può richiedere più tempi. Ma potrebbe avere un impatto meno tossico sull’ecosistema marino.»

1 dicembre 2012
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I vostri commenti
Dino Caliman, giovedì 6 giugno 2013 alle20:14 ha scritto: rispondi »

Peccato. Dall'Inghilterra avevano mandato un fax ad un nostro scienziato. Era 3° nella lista approntata per risolvere il disastro. Poi hanno sigillato la falla. Eppure l'idea era quella di montare un impianto di trattamento di disoleazione di acque salmastre su una nave con a seguito una petroliera per il recupero ,sia di benzina Avio la prima ad uscire che il resto. Il suo sistema basato su un principio chimico/fisico/biologico funziona già da 7/8 anni su acque di risulta nelle perforazioni. Anzichè usare spugne nanometriche il processo avviene usando l'acqua stessa. Lo tengano presente quelli di Legambiente in casi di sversamenti di petroli in mare.

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