Come se non fosse assolutamente servito da monito il disastro naturale del Golfo del Messico, l’America ripiomba di colpo in una crisi ambientale di proporzioni enormi, anche questa volta legata all’attività di estrazione del petrolio e, soprattutto, alla gestione superficiale delle trivellazioni.

Il teatro della nuova tragedia è questa volta lo Yellowstone River nel Montana ed è stato provocato dalla rottura di un oleodotto della ExxonMobil utilizzato per spostare il petrolio dal Wyoming e dal Canada fino all’area di Billing dove viene lavorato da tre raffinerie. Sconosciute ancora le cause ma si pensa che la rottura sia legata alle abbondanti piogge cadute nei giorni scorsi nella regione.

In realtà, la condotta, costruita almeno vent’anni fa, era già stata bloccata lo scorso maggio e, dopo un’ispezione del 2009, era stata dichiarata affidabile. Una nuova ispezione del 2010 aveva successivamente evidenziato che avrebbe potuto presentare qualche problema strutturale ma i tecnici della ExxonMobil avevano deciso comunque di utilizzarla.

Come nel disastro del Golfo del Messico, l’aspetto che ha immediatamente preoccupato esperti e società ambientaliste è stato la quantità di petrolio fuoriuscita nelle fasi iniziali dell’incidente (circa mille barili di petrolio). Il risultato è infatti una macchia che si estende per un’area di circa 10.000 miglia intorno a Billings e che probabilmente raggiungerà il fiume Missouri di cui lo Yellowstone River è un affluente.

Nonostante il blocco della fuoriuscita, le rassicurazioni dell’azienda e, soprattutto, l’assiduo lavoro delle squadre di pulizia che, nel corso della giornata di domenica, hanno cercato in tutti i modi di contenere gli effetti della macchia, i danni non sono ancora quantificabili. Secondo gli ambientalisti, il rischio principale è una sottostima delle conseguenze dannose per l’ambiente, già avvenuta nel recente passato.

4 luglio 2011
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