Sono passati quasi due anni dall’incidente alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, che nella primavera del 2010 riversò tonnellate di greggio nelle acque del Golfo del Messico. Due anni passati a cercare di individuare le responsabilità del disastro, di avviare il processo di bonifica e, purtroppo, a contare i danni ambientali ed economici causati dall’esplosione.

Una conta che, a quanto pare, non è ancora terminata, e che include anche la moria di delfini che ha interessato centinaia di cetacei nella zona colpita dalla fuoriuscita di petrolio. Un fenomeno che il Natural Resources Defense Council (NRDC) ha definito “senza precedenti”, e che sarebbe riconducibile proprio all’incidente della piattaforma BP.

Sarebbero almeno 600, secondo le stime del NRDC, i delfini spiaggiati negli ultimi due anni nel tratto di costa interessato dalla marea nera, il 95% dei quali non è riuscito a sopravvivere. Una vera e propria strage, che ha come teatro le spiagge di Louisiana, Alabama, Mississipi e Florida occidentale e ha suscitato grande clamore presso l’opinione pubblica.

A rendere la moria di cetacei particolarmente grave, spiega il Natural Resources Defense Council è prima di tutto la sua durata nel tempo, oltre naturalmente al numero di animali coinvolti. La moria, inoltre, riguarda in modo particolare i piccoli, dato che in seguito alla fuoriuscita di petrolio il numero dei nati morti è sensibilmente aumentato.

La marea nera, in altri termini, sembrerebbe aver danneggiato questa specie animale più di altre, ed è sulle cause di questo fenomeno che si stanno interrogando i biologi. Uno dei motivi di conseguenze così disastrose potrebbe essere il fatto che i delfini non sono attrezzati per individuare alti livelli di tossine nell’acqua e che gruppi di cetacei sono stati avvistati, nelle settimane successive all’incidente, mentre nuotavano in mezzo alle chiazze di petrolio.

I delfini, inoltre, sono particolarmente legati al loro habitat e tendono a non abbandonarlo anche quando risulta particolarmente degradato. Un altro fattore di rischio dipende dal fatto che questi cetacei sono carnivori e si trovano in cima alla catena alimentare, per cui, oltre a nuotare in acque inquinate, si cibano di pesci a loro volta contaminati dal petrolio. È il cosiddetto fenomeno della “bioaccumulazione”, per cui man mano che si sale lungo la catena alimentare aumentano le concentrazioni di sostanze tossiche ingerite.

L’esposizione delfini al petrolio o alle sostanze disperdenti potrebbe aver compromesso la loro risposta immunitaria, lasciandoli più vulnerabili ai batteri – aggiungono i ricercatori – O forse si è trattato anche di un impatto indiretto come la diminuzione delle prede, che spiegherebbe anche il fallimento riproduttivo, il peso inferiore alla nascita e le minori possibilità di sopravvivenza dei piccoli.

Il Natural Resources Defense Council, in ogni caso, ammette che al momento non è ancora possibile dimostrare con certezza il nesso tra la moria di delfini e l’incidente alla piattaforma BP, ma raccomanda di continuare con attenzione il monitoraggio dei possibili effetti a lungo termine della marea nera sugli ecosistemi del Golfo del Messico.

11 aprile 2012
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