La compagnia petrolifera BP pagherà un risarcimento di 20 miliardi di dollari per i danni ambientali ed economici causati dallo sversamento di greggio, che ha coinvolto la piattaforma Deepwater Horizon il 20 aprile 2010. La cifra è frutto di un accordo siglato a luglio dal colosso energetico con le autorità federali e le amministrazioni degli Stati coinvolti dall’incidente: Texas, Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida.

L’intesa è stata raggiunta dopo lunghe trattative. La sentenza emessa dalla corte federale di New Orleans presieduta dal giudice Carl Barbier chiude definitivamente l’azione legale intentata dal Governo americano contro la BP per i danni della marea nera nel Golfo del Messico. Si tratta del risarcimento più alto stabilito dal dipartimento della giustizia americano a carico di una singola compagnia. La sentenza è giunta a 6 anni dal disastro petrolifero, quando ormai gran parte dei costi della marea nera sono stati quantificati.

Complessivamente l’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon costerà alla BP circa 55 miliardi di dollari, utilizzati per ripagare i danni causati alle comunità costiere, per ripulire le coste dai 3,2 milioni di barili di greggio finiti in mare e per risarcire i familiari delle 11 vittime del disastro.

In un comunicato la BP ha espresso soddisfazione per la sentenza, definendo l’accordo raggiunto “storico”. I fondi copriranno i danni civili e la riqualificazione delle aree naturali colpite dal disastro. Il giudice Barbier a settembre del 2014 aveva condannato la BP a un risarcimento massimo di 17,6 miliardi di dollari per aver agito con negligenza violando il Clean Water Act.

La compagnia verserà il risarcimento a rate nei prossimi 17 anni. Se nel frattempo la compagnia dovesse essere ceduta o in caso di bancarotta il governo federale potrà esigere il pagamento entro 4 mesi. La BP potrà dedurre dalle tasse 3/4 del risarcimento. I costi sostenuti per ripagare i danni causati dalla marea nera rientrano nelle spese aziendali.

Il colosso ha un ultimo contenzioso aperto, intentato dalle compagnie e dai privati che hanno denunciato perdite economiche a causa dell’incidente. La compagnia ha già emesso rimborsi per 6,9 miliardi di dollari ma restano migliaia di richieste di risarcimento pendenti.

La notizia della sentenza emessa dalle autorità statunitensi ha suscitato l’immediata reazione del mondo ambientalista. In Italia il WWF in un comunicato ha sottolineato che il risarcimento miliardario comminato alla BP è l’ennesima prova dei danni ingenti causati dagli incidenti petroliferi.

L’associazione ha invitato il Governo italiano a valutare con attenzione ogni progetto di trivellazione, verificando la capacità delle società petrolifere di sostenere i costi di un disastro ambientale. Gli ambientalisti italiani chiedono inoltre di recepire correttamente la direttiva offshore comunitaria, che impone la costituzione di un’autorità indipendente per evitare conflitti di interesse. Il Governo dovrebbe inoltre ripristinare il Piano delle aree per le attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi per poterlo sottoporre alla Valutazione Ambientale Strategica.

Il WWF ricorda che in Italia una marea nera come quella occorsa nel Golfo del Messico pregiudicherebbe per sempre gli ecosistemi marini e le economie costiere. A perdere il lavoro sarebbero 60 mila addetti della filiera della pesca. A rischiare la chiusura sarebbero ben 47 mila attività turistiche.

Motivazioni che secondo gli attivisti dovrebbero spingere i cittadini a votare Sì al referendum anti-trivelle in programma il 17 aprile prossimo:

Nessuna trivellazione petrolifera, soprattutto in mare aperto, è a rischio zero. La sentenza per il Golfo del Messico ci ricorda come il petrolio sia una minaccia per le economie del mare.

Il prossimo referendum sulle trivelle ci offre l’occasione per lanciare un segnale chiaro al Governo e chiedere un’inversione di tendenza per un futuro energetico che investa in rinnovabili e abbandoni progressivamente le fonti fossili come petrolio e carbone.

6 aprile 2016
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