Dopo alcuni inutili tentativi di porre freno alla fuoriuscita di greggio che dall’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon si sta riversando nelle acque del Golfo del Messico, la British Petroleum, azienda responsabile del disastro, sembrerebbe finalmente aver trovato la giusta via da percorrere. Un nuovo sistema, installato a 1,5 Km di profondità nei giorni scorsi, è entrato in funzione e si sta dimostrando in grado di recuperare circa la metà del petrolio.

Continua comunque a montare l’ira delle popolazioni locali nei confronti della compagnia, soprattutto in seguito ad alcune uscite poco felici di Tony Hayward, come riportato sulle pagine di Ansa.it. Il numero uno di BP, già la scorsa settimana aveva dichiarato di “volere indietro la propria vita”, provocando la rabbia dei parenti delle undici vittime dell’esplosione.

Ora, commentando i progressi effettuati nell’arginare la perdita, Hayward si è dichiarato “soddisfatto”. Ovviamente, il suo intervento è stato accolto da un boato di critiche. I danni causati dall’incidente sono ormai sotto gli occhi di tutto il mondo.

Le simulazioni satellitari prevedono una preoccupante diffusione della macchia nera nelle acque dell’oceano Atlantico e le indagini in merito a quanto accadde prima e dopo quel tragico 20 aprile stanno portando a galla alcuni particolari dai risvolti inquietanti: disorganizzazione e incapacità di gestire l’emergenza si rivelano sempre più fattori chiave nel tentativo di far luce sulle cause dell’esplosione, senza tralasciare gli ormai noti dossier che la BP avrebbe volontariamente trascurato nei mesi scorsi.

È tempo di fare anche una prima, accurata stima economica dei danni e delle spese che la compagnia ha promesso di coprire in toto: 31 miliardi di dollari in tutto, una cifra spaventosa, suddivisa in parti uguali tra le operazioni di ripulitura delle acque e quelle necessarie a rilanciare settori dell’economia fortemente danneggiati come la pesca e il turismo.

7 giugno 2010
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I vostri commenti
egeo carapucci, sabato 19 giugno 2010 alle15:31 ha scritto: rispondi »

Avrebbero dovuto prevedere una possibile eventualità, nel sostituire l'ultimo pezzo di tubo con uno sovradimenzionato con valvola, totalmente indipendente dal resto della struttura, supportando il tubo stesso con il mio sistema, accennato già alla responsabile del disastro.

egeo carapucci, sabato 19 giugno 2010 alle13:10 ha scritto: rispondi »

L'importante è prevedere il possibile disastro e da dove possa provenire. Aver avuto i soldi occorrenti per il brevetto e mantenerlo nel tempo, avrebbe evitato quel disastro. Ho scritto all'amministrazione Obama e alla BP, di esere in grado di tappare quel buco senza che fuoriesca una goccia di quel liquido nero che non sia attraverso un nuovo tubo con valvola dimenzionati alla pressione da sopportare. Mi hanno risposto in inglese chiaramente, ma io non ci capisco un'acca. Avrei dovuto cominciare a scrivere all'inizio, quando si è manifestato l'evento, perché un lavoro similare l'avevo realizzato una ventina d'anni fa, con risultati eccellenti. Al problema della fuoriuscita avevo specificato di svelare i dettagli importantissimi, alla sottoscrizione di una impegnativa, dando le garanzie del caso.

Cristiano Ghidotti, mercoledì 9 giugno 2010 alle11:15 ha scritto: rispondi »

Enzo R., il tuo intervento non fa una piega. In merito alla tua riflessione, ti invito però a leggere anche un altro post (http://www.onegreentech.it/31/05/2010/marea-nera-bp-sottovaluto-dossier-sui-rischi/), nel quale si riporta come i sistemi di sicurezza avessero evidenziato anomalie nel comportamento della piattaforma già a partire dal giugno 2009. Carenze nell'ambito della sicurezza in fase progettuale o dossier su imminenti rischi volutamente lasciati a prendere polvere in un cassetto?

Enzo R., martedì 8 giugno 2010 alle10:35 ha scritto: rispondi »

"Oportet ut scandala eveniant": questo caso costituisce un'ennesima conferma dell'antico detto latino, conferma di cui non c'era assolutamente bisogno. In termini meno aulici, si conferma invece come al tumultuoso sviluppo tecnologico che caratterizza il nostro tempo non s'accompagni una parallela capacità di gestire lo sviluppo stesso. E' da sempre noto che prevenire è meglio che correggere: questo criterio trova riscontro nell'ingegneria dei sistemi degradati (vale a dire in regime di guasto parziale o totale). Tale disciplina, da non confondersi con la manutenzione preventiva che pure costituisce una tecnica fondamentale, dà per scontato in sede progettuale che possa verificarsi una serie di guasti classificati per gravità, quindi impone di studiare soluzioni in quella sede. A tale disciplina afferiscono le tecniche a prova di errore e di guasto (mistake proof, fool proof, fail safe). Ricorrere a fantasiosi quanto costosi ripari, inventati in regime di emergenza, non potrà mai sanare né tecnicamente né finanziariamente danni che possono assumere dimensioni planetarie. Non penso che nel caso della Deepwater Horizon (quale orizzonte?) non si potesse prevedere un guasto come quello rappresentatoci e documentatoci dai media: trivellare in mare alla profondità di 1500 m è impresa comunque complessa, quindi esposta a mille casualità.

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