Mangiare alla stessa ora: un rimedio naturale contro la demenza

Mangiare alla stessa ora può aiutare a combattere la demenza e rappresenta anche un rimedio naturale per contrastare eventuali disturbi del sonno e del cuore. Lo rivela un nuovo studio condotto dall’Università della California, i cui risultati potrebbero migliorare la qualità della vita di tutte le persone e anche dei pazienti con malattie neurodegenerative incurabili.

Nello specifico, si evince che effettuare dei pasti regolari migliora l’espressione genica in quella regione del cervello associata al controllo del corpo, che spesso degenera nella malattia di Huntington (HD), una malattia genetica neurodegenerativa che purtroppo colpisce ancora oggi moltissime persone, soprattutto in Europa. Attualmente non vi sono cure per la malattia di Huntington dunque in tale contesto la ricerca vuole fornire una spinta importante a seguire una dieta sana basata su pasti regolari: infatti, mangiare allo stesso orario non solo migliora la qualità della vita ma rallenta anche la progressione della malattia per quei pazienti che soffrono di tale forma di demenza.

Al momento lo studio è stato condotto con successo su dei topi che, dopo soli tre mesi di pasti regolari, effettuati allo stesso orario, hanno mostrato significativi miglioramenti nelle attività motorie – tra i principali sintomi della malattia di Huntington, nella frequenza cardiaca e nella qualità del sonno. Come anticipato, nonostante la ricerca non sia stata effettuata ancora sugli esseri umani, i dati rilevati suggeriscono che mangiare alla stessa ora potrebbe svolgere un ruolo chiave nel trattamento della demenza e forse costituire un vero e proprio rimedio naturale contro malattie che colpiscono il cervello.

Non è la prima volta che una ricerca evidenzia come seguire una dieta equilibrata e avere uno stile di vita sano possa migliorare la qualità della vita. Sembra essere il modo migliore per vivere bene, in forma, per prevenire diverse malattie (come quelle associate all’invecchiamento, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e neurodegenerative) e anche per rallentare la progressione della demenza su quei soggetti che ne sono colpiti.

4 gennaio 2018
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