Mangiare sano richiede un esborso economico più elevato rispetto ad altri regimi alimentari meno attenti. Non sarà forse una novità per chi è abituato ad acquistare prodotti biologici, solitamente a prezzo più alto delle controparti classiche sulla grande distribuzione, ma la certificazione arriva da uno studio che ha accomunato ben 10 nazioni.

Alimentarsi correttamente ha i suoi costi, così come lo studio condotto da Dariush Mozaffarian, professore associato della Harvard School Of Public Health, conferma. Scegliere una dieta ricca di frutta, verdura e pesce – tre dei cardini della buona alimentazione – costa infatti in media 1,50 dollari in più al giorno rispetto ai cibi industriali, la carne e i prodotti ricchi di grassi saturi.

Rapportati all’intero anno, si ha un totale di circa 550 dollari spesi in più per persona, da moltiplicare per il numero dei componenti di un nucleo famigliare. Un peso non da poco sui redditi moderni, soprattutto in una situazione di crisi economica come quella attuale. Ed è per questo che da quel di Harvard si auspicano degli interventi legislativi per ridurre il prezzo degli alimenti sani, così da incentivare il benessere di grandi fette della popolazione. Detto questo, però, quel che tocca pagare è nulla se confrontato alla spesa media per combattere le malattie croniche dovute alla cattiva dieta, all’incirca di 1.200 dollari per persona nelle nazioni occidentali, per 392 miliardi di dollari l’anno solamente negli Stati Uniti.

Ma come sono riusciti i nutrizionisti ad arrivare a questa evidenza economica? La ricerca ha analizzato 27 indagini precedenti: il 52% condotte negli Stati Uniti, le restanti in Canada, Europa, Sudafrica, Brasile e Nuova Zelanda. Si è perciò calcolato il costo medio per pietanza, rapportato al numero di calorie: si è avuto quindi un indice di prezzo fra prodotti dalle stesse calorie ma dall’apporto benefico differente. È quindi apparso evidente come le diete salutari, come quella mediterranea, costino dagli 1,48 agli 1,54 dollari ogni 2,000 calorie – il valore considerato sufficiente per la sussistenza – rispetto ad altri regimi, come i cibi pronti, il fast food, i prodotti confezionati e quant’altro.

Lo studio, pubblicato sul British Medical Journal, sottolinea come il prezzo inferiore dei cibi malsani derivi dalla facilità con cui questi possono essere prodotti e distribuiti su larga scala, a differenza di vegetali e frutta coltivati secondo le regole della tradizione, in assenza di sostanze chimiche, additivi e altri strumenti solitamente utilizzati dalla grande industria. L’obiettivo non è ovviamente quello di stimolare il pubblico a mangiar male pur di risparmiare, bensì di mostrare le contraddizioni di un sistema nutrizionale che va a discapito della salute, con tutto quello che ne deriva in risorse sociali, sanitarie ed economiche di lungo termine.

7 dicembre 2013
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