Agricoltori e allevatori contro gli impianti per la produzione di energia rinnovabile. Succede a Cremona, dove la crescita vertiginosa del comparto delle fonti alternative sta sottraendo spazio e forza lavoro alle tradizionali attività della filiera agro-alimentare.

Quelli che una volta si guadagnavano da vivere coltivando il granturco e allevando maiali, infatti, hanno preferito reinventarsi come produttori di biocarburanti, tanto che ormai gli impianti a biogas attivi nel comprensorio hanno toccato quota 125. Per questo, denuncia l’associazione, il mais che un tempo era destinato al mercato agro-alimentare ora viene utilizzato come carburante nelle centrali, con una resa peraltro non particolarmente alta. Secondo i dati della Coldiretti, infatti, per produrre un solo megawatt in termini di biogas è necessaria una produzione di mais di 200 – 300 ettari.

Ma i biocombustibili non rappresentano l’unico nuovo “competitor” per le colture tradizionali. Anche la diffusione dei pannelli fotovoltaici installati su suoli agricoli sta sottraendo, almeno secondo Confagricoltura, spazi preziosi alle coltivazioni. ad esempio, in Lombardia, stando alle dichiarazioni dell’associazione, il costo dell’affitto dei terreni agricoli è salito da 600 a 2mila euro per ettaro nel giro dell’ultimo anno. E sono molti i contadini-allevatori che scelgono di abbandonare la loro vecchia attività per investire nelle energie rinnovabili.

A rischio ci sarebbe non solo il mais ma anche,appunto, l’allevamento suino. Il fronte della protesta contro la “bulimia rinnovabile” comprende sigle molto diverse tra loro, dalle organizzazioni degli agricoltori alla stessa Slow Food fino alla Lega Nord, e chiede sostanzialmente che vengano abbassati i sussidi per le fonti rinnovabili e, viceversa, introdotti degli incentivi per l’agricoltura e l’allevamento tradizionale.

13 luglio 2011
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