Che l’attesissima conferenza di Copenaghen in programma per i primi di dicembre parta azzoppata è una cosa ormai nota, specie da quando Obama e il leader cinese Hu Jintao hanno escluso senza appello la possibilità di arrivare per dicembre ad uno accordo globale e legalmente vincolante, per il quale “non c’è abbastanza tempo” e che “metterebbe in pericolo la ripresa economica” in corso.

Ciononostante è ancora di cruciale importanza che da Copenaghen arrivino dei chiari segnali, con degli impegni vincolanti almeno sul piano politico. Questo è quanto sostengono Achim Steiner, il capo del programma per l’ambiente delle nazioni unite (UNEP, che organizza l’incontro di Copenhagen), e Lord Nicholas Stern, l’illustre economista che per primo ha parlato al mondo delle potenzialità di un’economia verde, interpellati nei giorni scorsi dal quotidiano britannico Guardian.

La questione è cruciale. Secondo i due, infatti, i cosiddetti mercati verdi, che riguardano in primo luogo il settore energetico, con le alternative contro carbone e nucleare, stanno muovendo i loro primi passi adesso sulla fiducia nelle politiche future dei governi mondiali.

Nell’instabilità delle borse e dei mercati, è facile dunque comprendere quanto siano importanti i segnali economici che questi settori riceveranno da Copenhagen e dalle trattative che anticiperanno il summit. La minaccia di un nulla di fatto infatti, escluderebbe la convenienza di questi settori, che trovano negli incentivi e nella politica dei vari paesi l’unico sostegno possibile per essere competitivi con le energie fossili e tradizionali.

Mentre, nelle parole di Stern:

Con politiche e investimenti saggi potremmo mettere il mondo in un corso in cui vedremmo probabilmente il più dinamico periodo della storia di crescita economica spinta dalla tecnologia – probabilmente più rilevante di quello della ferrovia o dell’elettricità

Questo bivio, aggiunge Steiner, vale ancor più per i moltissimi paesi in via di sviluppo, che stanno decidendo in questi anni a quali tipi di energie affidare la loro futura crescita. Tale decisione, ovviamente, dipenderà in gran parte da come si comporterà il resto del mondo, con la minaccia incombente che tutti possano seguire il modello a carbone della Cina, oggi primo “emettitore” al mondo.

27 novembre 2009
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