Decisione a metà del Tribunale del Riesame che non ha deciso lo spegnimento dei sei impianti a caldo dell’acciaieria Ilva di Taranto, sequestrati nei giorni scorsi mentre scattavano le manette ai polsi di otto dirigenti dell’azienda. Secondo quanto stabilito dai giudici, infatti, l’Ilva resta aperta ma non potrà continuare le attività produttive.

I sei impianti restano accesi solo per garantirne le procedure di messa in sicurezza, a carico dell’azienda che verrà guidata dal presidente Bruno Ferrante. Emilio e Nicola Riva, insieme agli altri otto arrestati, restano ai domiciliari. Recita la sentenza del Riesame:

i custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti.

Il monitoraggio continuo è una novità che, in assenza di pesanti interventi di riammodernamento dei processi produttivi, potrebbe portare alla chiusura definitiva dell’acciaieria tarantina: se fino ad oggi non è stato adottato, infatti, è assai probabile che ciò sia stato fatto per evitare di avere la prova dell’inquinamento.

Servono, per cambiare faccia all’Ilva, lunghi, difficili e costosi lavori che dovranno essere eseguiti dall’azienda. Altro discorso sono i 336 milioni di euro pubblici promessi dal Governo per bonificare Il quartiere Tamburi e il mare tarantino, che potrebbero arrivare già oggi o al massimo domani: si attende la firma del presidente della Repubblica Napolitano sul decreto ministeriale.

Il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, questa mattina aveva parlato di un ricatto pane-veleno da evitare a tutti i costi. Un ricatto che, in realtà, a Taranto c’è già da decenni e tutti lo sanno benissimo. Tanto che nei giorni scorsi i sindacati hanno fatto le barricate per scongiurare la chiusura dell’impianto e lo stop alla produzione.

Con la decisione del tribunale, però, si scontentano un po’ tutti: l’azienda che non produce, i lavoratori che non lavorano, cittadini e ambientalisti che continueranno a sopportare i forni accesi.

Se poi sia giusto far pagare oltre trecento milioni di euro a tutti noi contribuenti per i danni prodotti da decenni di attività industriale senza filtro è impossibile da dire: a sentire il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, infatti, la colpa dell’inquinamento a Taranto non sarebbe affatto dell’Ilva.

Fonti: ASCA, Il Sole 24 Ore

7 agosto 2012
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