Un recente articolo apparso sul giornale britannico The Sunday Times ha scatenato una piccola polemica riguardante l’inquinamento provocato dalle ricerche che gli utenti svolgono su Google. L’articolo in questione, infatti, cita una ricerca svolta dal fisico Alex Wissner-Gross, secondo cui ogni singola ricerca effettuata su Google genererebbe ben 7g di CO2, ovvero circa la metà dell’inquinamento prodotto da un bollitore d’acqua (15g).

La risposta di Google non si è fatta attendere ridimensionando di parecchio la minaccia all’ambiente che deriverebbe dall’utilizzo del suo principale servizio online.

Secondo Mountain View, infatti, ogni ricerca consuma solo 1KJ, equivalenti all’emissione di 0.2 grammi di anidride carbonica, ovvero una quantità 35 volte minore di quella riportata da Wissner-Gross. Per farsi un’idea, ogni “googlata” consuma la stessa energia che il nostro corpo brucia in 10 secondi.

Google tiene inoltre a far sapere che nel 2008 ha investito 45 milioni di dollari in tecnologie per le energie pulite e che nel 2007 è stata tra i fondatori della Climate Savers Computing Initiative, un consorzio che punta a migliorare l’efficienza dei computer per ridurre le loro emissioni annue di 54 milioni di tonnellate di CO2.

12 gennaio 2009
In questa pagina si parla di:
I vostri commenti
Enzo R., mercoledì 14 gennaio 2009 alle11:01 ha scritto: rispondi »

La ricerca di Alex Wissner-Gross non fa che quantizzare un dato di fatto più che noto: qualsiasi computer, compresi quelli coinvolti in una ricerca internet, consumano energia, producono calore e CO2 associata. Penso che egli abbia puntato il dito contro Google per le dimensioni dell'azienda e, soprattutto, per la sua rete verosimilmente molto distribuita e frammentata, quindi con un numero di macchine coinvolte più elevato di altri. Ma se si vuole entrare nella questione energetica del settore IT il discorso deve scrutare orizzonti più ampi e fare bilanci energetici appropriati, considerando il ciclo di vita di un prodotto, dalla sua concezione alla realizzazione, all'impiego, alla manutenzione ed alla sua rottamazione. Si deve peraltro osservare che se ogni comparto delle attività umane rinfacciasse agli altri sprechi energetici, cadremmo in una rissa senza alcun costrutto,spesso prossima alla discussione del sesso degli angeli. Il comparto IT credo che sia tra quelli che più abbiano migliorato i propri processi "energy intensive": basti confrontare i primi computer raffreddati ad acqua, con consumi energetici terrificanti, con quelli oggi in uso: il consumo per unità di calcolo è talmente ridotto che un rapporto rispetto al passato è pressoché incommensurabile. Inoltre, dovrebbero essere valutati, tra l'altro, i vantaggi derivanti da una drastica riduzione degli scambi su supporti cartacei e sui risparmi energetici conseguenti, vale a dire quelli relativi alla produzione e movimentazione della carta da stampa e di quella stampata. Certo è che il dilagare, sicuramente irreversibile, della tecnologia IT su base planetaria ha un effetto moltiplicativo che deve essere attentamente monitorato e contenuto. In conclusione, ben vengano le ricerche come quella condotta da Alex Wissner-Gross purché concettualmente non enucleate ed esposte a mille obiezioni, non esclusi i sospetti di tendenziosità. In ogni caso, resta un dato di fatto inconfutabile: piaccia o non piaccia, il mantenimento del nostro tenore di vita impone un contenimento dei consumi energetici pro capite, qualunque sia l'attività interessata, non solo per fondamentali ragioni ambientali, ma anche etiche a fronte di giustificate istanze avanzate da consumatori emergenti.

Lascia un commento