La geoingegneria potrebbe rappresentare non più una carta di riserva per fronteggiare i cambiamenti climatici ma un’opzione da esaminare seriamente a meno che le emissioni di CO2 non si riducano in maniera sensibile a breve termine.

Questa decisa apertura di credito verso la tecnologia geoingegneristica, finora guardata più con sospetto negli ambienti accademici per gli effetti ritenuti imprevedibili e considerata soltanto una extrema ratio, è contenuta nel rapporto “Geoengineering the climate” della Royal Society, l’autorevole Accademia Nazionale delle Scienze londinese.

Tuttavia, agli occhi degli eminenti scienziati britannici, la geoingegneria non rappresenterebbe un sostituto alla strategia low-carbon ma un’attività complementare di sostegno per il raggiungimento di un obbiettivo di salvaguardia del pianeta.

Lo studio evidenzia due principali classi di tecniche che prendono il nome di Carbon Dioxide Removal (CDR) da un lato e Solar Radiation Management (SRM) dall’altro.

Nel primo caso la Royal Society abilita come più promettenti e sicuri i metodi di cattura della CO2 nell’atmosfera, l’attività di uso del territorio e l’afforestazione, ossia la conversione in foresta per azione antropica di un’area non boscata; nel secondo caso, meritevoli di attenzione sono la diffusione di particelle di aerosol nella stratosfera similmente alle eruzioni vulcaniche, la manipolazione delle nuvole per rafforzare il loro albedo e l’uso di tecniche basate sulla conquista dello spazio, unificate dallo scopo di riflettere la luce del Sole e raffreddare il clima terrestre.

Disco rosso invece per bio-char o carbone agricolo e per l’introduzione artificiale di solfato di ferro negli oceani (ocean fertilisation) che non superano il vaglio della critica, causa mancanza di validità scientifica, antieconomicità ed eccessiva rischiosità per l’ambiente.

7 settembre 2009
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