I risultati ottenuti nella gestione dei RAEE (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) e i problemi che ancora affliggono la filiera. Se ne è discusso a Napoli, nel corso del convegno “La realtà nella filiera RAEE: operatività e criticità”, organizzato da Cna e Anco nell’ambito della manifestazione EnergyMed.

Il sistema è nato praticamente dal nulla nel 2008 ed è riuscito in pochi anni a quintuplicare la raccolta, con una crescita annua media del 27% – spiega Luciano Teli, del consorzio di raccolta Ecorit – Nel 2010 sono state 250mila le tonnellate di rifiuti elettrici avviate a recupero, a fronte di un milione di tonnellate di nuovo materiale venduto, e il Centro di coordinamento Raee (che riunisce tutti i sistemi collettivi, ndr) conta di arrivare a 300mila entro il 2012.

Risultati significativi, ma ancora distanti dalle performance dei Paesi del nord Europa. A rallentare la crescita del sistema sono soprattutto difficoltà di natura finanziaria e logistica, ma anche la sostanziale disinformazione dei consumatori e la scarsa collaborazione tra i vari attori coinvolti (produttori, distributori, addetti al riciclo, etc). “Uno dei problemi principali – sottolinea Giuseppe Pirillo, direttore del consorzio Certo – è che, a causa della carenza di spazio e di fondi, pochissimi Comuni sono riusciti ad allestire isole ecologiche autorizzate dalla Provincia alla raccolta dei cinque tipi di Raee individuati dalla legge”.

A mettere in difficoltà le aziende di trattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici sono anche i frequenti furti del materiale che i cittadini conferiscono al di fuori delle proprie abitazioni. “Ormai non è così facile reperire lavatrici e altri elettrodomestici – denuncia Antonio Clarizia, titolare a Brindisi di un impianto di trattamento Raee – perché vengono rubati non appena i cittadini li depositano sul marciapiede per il ritiro domiciliare”.

Incidono negativamente sulla filiera, infine, i traffici illegali di rifiuti verso i Paesi emergenti. “Ogni giorno – dice Dario Pasquariello, presidente del consorzio di recupero dei rifiuti elettronici Craee – partono dall’Italia decine di navi container piene di RAEE, anche pericolosi, dirette verso la Cina, il Ghana o altri Paesi, dove i materiali vengono trattati senza alcuna precauzione per l’ambiente e la salute umana”. Un danno doppio, per l’ecosistema e per le aziende italiane, che perdono materie prime da trattare.

Un discorso a parte merita la mancata applicazione del ritiro “uno contro uno“, cioè dell’obbligo per i distributori, introdotto dal decreto 65/2010, di ritirare i dispositivi usati al momento della vendita di apparecchi nuovi. “Dei 300mila soggetti obbligati al ritiro one to one – sottolinea Teli – solo 800 si sono iscritti nell’apposita sezione dell’Albo nazionale gestori ambientali”. A scoraggiare i rivenditori, ragioni di natura finanziaria, organizzativa e burocratica.

“Per il distributore è un servizio molto oneroso – spiega Francesco di Filippo, dell’azienda di trattamento Biocon Spa – perché deve chiedere l’autorizzazione alla Provincia, attrezzare un’area di stoccaggio nel suo punto vendita, iscriversi all’Albo nazionale e sobbarcarsi il costo del cosiddetto “ultimo miglio”, cioè del trasporto del materiale dal punto di stoccaggio all’impianto di trattamento”. A questo si aggiunge la scarsa informazione da parte dei consumatori, che fa sì che la catena della distribuzione non si sia ancora adeguata all’obbligo dell’uno contro uno.

I problemi, dunque, sono ancora tanti, ma gli operatori sono certi di riuscire a superarli in tempi brevi, attraverso un maggiore “spirito di squadra”, l’introduzione di sistemi di vigilanza e di sanzioni per chi non rispetta la legge e la realizzazione di piattaforme private per la raccolta dei Raee.

15 aprile 2011
In questa pagina si parla di:
Lascia un commento