La foresta amazzonica, quella che viene definita a ragione il “polmone verde” del pianeta, potrebbe trasformarsi in una fonte di inquinamento. Lo afferma uno studio condotto da diversi scienziati dell’Università di Leeds e dell’Amazon Environmental Research Institute.

Secondo i dati resi noti, lo scorso anno l’Amazzonia è stata vittima di una grande siccità, la seconda in cinque anni, che ha portato al rilascio di enormi quantità di CO2 anziché al loro assorbimento, come invece accade normalmente per quest’area.

La siccità ha trasformato la foresta amazzonica in uno dei grandi inquinatori del pianeta, arrivando a far rilasciare bel 5 milioni di tonnellate di CO2 a causa delle emissioni derivate dagli incendi e dalla morte di diversi alberi.

A questo si è inoltre aggiunto il danno per la fauna selvatica che vive in Amazzonia, confermando le proiezioni degli esperti che vedono nei cambiamenti climatici, con relativo aumento di questi episodi, un potenziale pericolo per la foresta, come spiega il dottor Simon Lewis dell’Università di Leeds:

“Riscontrare due episodi di siccità di tale portata in un così breve arco di tempo (5 anni) è estremamente insolito, ma è purtroppo in linea con i modelli climatici che proiettano un futuro tetro per l’Amazzonia”.

Il legame con la siccità appare evidente, anche se, secondo quanto dichiarato dal dottor Paulo Brando dell’Amazon Environmental Research Institute, serve ancora del tempo per capire meglio i motivi che hanno portato a questa situazione:

“Non sapremo le reali cause della morte degli alberi finché non avremo finito le indagini sul campo. Potrebbe darsi che molti esemplari sensibili alla siccità siano morti nel 2005, il che ridurrebbe il numero di quelli colpiti dalla siccità dello scorso anno. In ogni modo va detto che il primo episodio di siccità potrebbe aver indebolito molte delle piante che poi sono state uccise dalla siccità del 2010.”

Pare quindi che la causa principale sia stata la concomitanza di due eventi di siccità raccolti in così poco tempo. Un’anomalia che secondo gli esperti potrebbe diventare sempre più frequente, con conseguenze inimmaginabili per un intero ecosistema tra i più importanti della terra.

7 febbraio 2011
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