Da molto tempo ormai è noto che la famosa Trash Island, conosciuta anche col nome di Great Pacific Garbage Patch, non naviga da sola negli oceani. Si trova tra le Hawaii e la California ed è la prima ad esser stata individuata, nel lontano 1988, ma sarebbero in tutto 5 le isole di plastica, che in conseguenza delle correnti oceaniche ad andamento spiraliforme si concentrerebbero all’interno dei vortici.

Sono ammassi di detriti principalmente in materiale plastico, che hanno viaggiato dalle coste fino all’oceano e che in tempi più o meno lunghi si sono concentrati in queste zone, dove le onde e il sole le hanno ridotte con processi fisici e chimici (che rilasciano inquinanti nelle acque) in dimensioni millimetriche.

Si perché quando si parla di isole non si intende una struttura solida, la plastica è frammentata in detriti piccolissimi che arrivano al centro delle isole a densità elevatissime (in uno studio della Sea Education-Woods Hole Oceanographic Institution e della School of Oceanography dell’Università dello Stato di Washington a Seattle, sono state rilevate concentrazioni di 1 milione di pezzi per kmq).

Addirittura dove le concentrazioni sono maggiori, si arriva a superare la densità del plancton, con problemi a livello di squilibrio delle risorse nutrizionali. A causa delle dimensioni delle particelle poi, pesci, tartarughe e uccelli se ne nutrono, con conseguenti problemi che possono portare anche alla morte.

Ora uno studio uscito sulla rivista Chaos e realizzato da Erik van Sebille, ricercatore e docente di Oceanografia presso la University of New South Wales (UNSW) a Sydney, Australia, Gary Froyland, professore di Matematica presso l’UNSW e Robyn Stuart, loro collega, ha permesso di individuare 7 regioni oceaniche delimitate dalle correnti, che fanno da barriera, in tal modo dando origine a delle aree in cui le acque si mescolano poco. Il modello nasce utilizzando metodi matematici nel campo della teoria ergodica, che si occupa dello studio matematico del comportamento medio, a lungo termine, dei sistemi dinamici.

Da questo nuovo modello si può vedere come i confini attuali degli oceani siano più geopolitici che scientifici, non sempre in accordo con gli andamenti delle correnti. Si è visto per esempio, come ci siano parti del Pacifico e dell’Oceano Indiano che sono strettamente collegate al sud dell’Atlantico, mentre una parte dell’oceano Indiano appartiene in realtà al sud del Pacifico.

Sono stati in tal modo ridisegnati i confini dei bacini oceanici, che hanno permesso di analizzare anche gli scambi di materiale tra diverse isole di spazzatura. Infatti non si tratta di sistemi statici, ma in continuo aggiornamento e lo studio di queste dinamiche sarà il fulcro attorno al quale si concentreranno i prossimi studi.

Il sistema è molto complesso, ma capire i movimenti di questi frammenti potrebbe portare al sorprendente risultato di riuscire ad individuare e attribuire la responsabilità di questo vero e proprio disastro ambientale a specifici Paesi. In tal modo si potrebbe passare finalmente dalla fase di sdegno generico e troppo distaccato, ad un’azione concreta che implichi una sensibilizzazione più mirata e anche veri e propri interventi di ripristino a carico dei Paesi responsabili.

Purificare questo “brodo di plastica” non è cosa semplice, date anche le dimensioni dei detriti, ma la ricerca è mobilitata da tempo anche in questo ambito e alcuni progetti, soprattutto concentrati su tecniche di filtraggio, sembrano dimostrarsi validi.

Staremo a vedere se la ricerca otterrà più risultati sul fronte del mero rispristino o su quello del “chi inquina paga”. Ovviamente dovrebbero andare di pari passo facendo perno su informazione e sensibilizzazione circa la gravità di quello che sta accadendo e la necessità di cambiare modelli di consumo non più sostenibili.

3 settembre 2014
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