Intervista a Paolo Cacciari: decrescita, green economy e il delirio nucleare

Tra le teorie più in voga nel panorama del pensiero ambientalista una menzione particolare va sicuramente alle riflessioni sulla “decrescita”.

In Italia, non mancano autori e politici che aderiscano (o si rifacciano) a questa posizione e tra i più prolifici, con diverse pubblicazioni in merito, l’ex deputato di Rifondazione Comunista e membro dell’Associazione per la Decrescita Paolo Cacciari. Abbiamo deciso di porgli alcune domande, per conoscere meglio questa filosofia, approfittando dell’occasione per chiedere un parere autorevole sulle ultime novità politiche italiane.

La vostra associazione è tra le principali in Italia a promuovere la filosofia della “decrescita”. Può riassumere brevemente la vostra posizione generale?

Come dice Serge Latouche, la decrescita (del carico antropico sulla biosfera) è una direzione di marcia che dobbiamo perseguire se vogliamo semplicemente continuare a vivere. Ma per diminuire i flussi di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi e di consumo (ridurre il “metabolismo sociale”, come dice Martinez Alier) dobbiamo prima di tutto sbarazzarci della ideologia che affida alla crescita economica il progresso umano. Ma questo lo dice ormai anche Sarkozy! La crisi e la decadenza della potenza termo-industriale occidentale fa fare degli inaspettati salti avanti anche ai governanti.

La sfida della decrescita è stare meglio con meno. In altre parole dobbiamo trovare la via per corrispondere ai nostri desideri e alle nostre necessità senza passare per il supermercato: producendo meno merci/rifiuti e più beni durevoli, consumando meno materie non rinnovabili e più beni cognitivi-relazionali. È vero, quindi, che la decrescita non è solo una questione di economia politica, ma un processo antropologico: si tratta di cambiare i modelli di riferimento del tipo umano di riferimento della modernità: dall’homo oeconomicus (egoista, competitivo, predatore…) all’homo civicus, per dirla con Franco Cassano.

Nel settembre del 2012, dal 19 al 23, terremo in Italia, a Venezia, dopo Parigi e Barcellona, la terza conferenza internazionale biennale sulla decrescita economica per la sostenibilità ecologica e l’equità sociale. Sarà una grande occasione di dibattito e di approfondimento che vorremmo preparare con molte iniziative di confronto; con tutti. Sappiamo di dover superare molti pregiudizi: non vogliamo tornare all’età della pietra, anzi vorremmo evitare che ciò avvenisse.

Una delle tendenze più recenti dell’ambientalismo mondiale è quella di guardare con favore alle green technology. La vostra posizione si discosta però da questa corrente. Perché, secondo voi, lo scommettere tutto sulle greentech può essere un errore?

Certamente servono innovazioni di prodotto e di processo orientate al risparmio di materia, all’efficienza energetica, alla chiusura dei cicli di vita degli oggetti (zero sprechi, zero, rifiuti, zero emissioni, zero consumo di suolo… zero esternalità negative). Ma non basterà nemmeno andare oltre la “green economy”, con la “blue economy” (vedi il nuovo interessante lavoro di Gunter Pauli) se le nuove tecnologie dovessero continuare a rispondere alla logica del mercato. Concretamente: se gli investimenti per la riconversione ecologica dell’economia ( il 2 o 3 per cento del PIL globale) dovranno continuare a dipendere dai finanziamenti realizzati con i profitti finanziari. Sarebbe come affidarsi a Dracula per eseguire una trasfusione. Se a manovrare i fili è il rendimento dei capitali investiti, la profittabilità delle imprese e il valore delle loro azioni… allora anche le pale eoliche e i pannelli solari non serviranno ad altro che incrementare il consumismo. Nulla di nuovo: il paradosso di Jevons, l’effetto rebuilding, la trappola tecnologica… ci dicono da qualche secolo che l’aumento dell’efficienza in un ambiente economico di tipo capitalistico fa aumentare (non diminuire) i consumi totali.

Per salvare il pianeta e noi con lui, serve rovesciare il paradigma economico: considerare il “capitale naturale” (uso questo termine così mi capiscono anche gli economisti!) non come un fattore, un mezzo, uno strumento… da potere sacrificare nel processo produttivo, ma come il patrimonio da preservare e incrementare, come il fine ultimo dello sforzo cooperativo sociale. La nostra felicità non dipende innanzitutto dalla qualità dell’habitat in cui viviamo? Come diceva Andrè Gorz, la produttività gigantesca raggiunta dalla tecno scienza “deve servire ad economizzare il tempo di lavoro e il dispendio di energie necessarie al fiorire della vita”.

Come vede la politica energetica italiana? Mi riferisco alle polemiche recenti sul terzo conto energia, il decreto Romani e il ritorno al nucleare, con conseguente referendum.

Ahimè! Ci sono solo due paesi dove resistono i “negazionisti” del climate change: la Polonia e l’Italia. I primi devono piazzare molto carbone, i secondi Berlusconi. Battute a parte, mi sembra che la straordinaria risposta delle famiglie e delle piccole imprese agli stimoli degli incentivi sulle rinnovabili ci dicano quanta disponibilità e sensibilità ci sia tra i cittadini e quanto, invece, ritardo ci sia nelle politiche industriali: con gli incentivi importiamo prodotti stranieri! I nostri “grandi” industriali sono più attenti ai business pubblici per grandi impianti (inceneritori, centrali, e ora nucleare) che non alle vere rinnovabili. Il referendum sul nucleare oggi ha come tema la “democrazia energetica”, la produzione decentrata, diffusa.

Fukushima, quale lezione da questo disastro?

Gli scienziati più seri (e le società di assicurazione) lo hanno sempre detto: si tratta di una tecnologia priva di sicurezza intrinseca. L’energia nucleare è il paradigma del delirio suicida di onnipotenza (la dismisura, la perdita del senso del limite) dell’uomo moderno. Solo che a pagare il prezzo sono, come sempre, persone che non portano colpe.

Per chi volesse approfondire l’argomento Decrescita sono disponibili in Italia moltissime pubblicazioni utili. In particolare, vi suggeriamo La società dei consumi, a cura di P. Cacciari, e il suo Decrescita o barbarie, edito da Carta e liberamente disponibile in download sul sito Simplicissimus.

16 marzo 2011
I vostri commenti
Guido Grassadonio, domenica 20 marzo 2011 alle22:49 ha scritto: rispondi »

@Lena Apprezzo il tuo intervento perché cerca di problematizzare una questione risolta troppo spesso da semplice retorica e spero non te la prenderai se mi permetto di replicare, anche con toni che possono sembrare accesi. Non capisco perché il diritto a pronunciarsi debba essere riservato "esclusivamente" ai tecnici. Secondo questo ragionamento, solo i laureati in economia potrebbero criticare Tremonti (e solo se hanno dato le materie giuste) e solo chi è laureato in giurisprudenza avrebbe i giusti titoli per esprimere la propria opinione riguardo la prossima riforma della giustizia. Ma poi chi stabilisce se il livello conoscitivo di Cacciari sia o meno sufficiente? Fra l'altro, non capisco la tua critica, considerando che Cacciari non ha espresso nessuna opinione sulla materia tecnica del nucleare, quanto un giudizio prettamente filosofico sull'opportunità di inseguire un modello economico "progressivo", tanto da rischiare l'utilizzo di tecnologie intrinsecamente rischiose come il nucleare. Qui non si tratta di quantificare il rischio di ogni singola centrale nucleare, ma di prenderne la loro costruzione a "paradigma" della, a suo dire, irrazionale voglia perenne di accrescersi del nostro sistema economico. Non vedo cosa potrebbe obiettare di "tecnico" un ingegnere nucleare..... visto che il discorso di Cacciari reggerebbe anche se le "prossime" centrali italiane fossero sicure al 100%. Accolgo, invece, con piacere la critica di merito per non aver intervistato anche dei tecnici. Però di interviste sull'argomento ne produrremo tante e cercheremo di colmare la lacuna. Infine ti ringrazio sinceramente per il tuo intervento. Le critiche costruttive, anche quando non le condividiamo e ci permettiamo delle repliche, sono sempre i commenti più graditi.

Lena147, domenica 20 marzo 2011 alle15:44 ha scritto: rispondi »

Hai ragione, non serve una laurea in Fisica nucleare, che "studia il nucleo atomico nei suoi costituenti protoni e neutroni e le loro interazioni" (Wikipedia), ma in Ingegneria nucleare, branca che "include la progettazione, l'analisi, lo sviluppo, la sperimentazione, l'attuazione ed il mantenimento dei sistemi e dei componenti utili alla fissione nucleare" (sempre Wikipedia). Inoltre secondo me non si tratta di scientismo, infatti concordo col fatto che gli uomini di scienza non siano gli unici detentori di decisioni in barba alle altre professionalità, ma è certamente agli uomini di scienza affidato il compito di pronunciarsi sul loro campo di studi, esattamente come ad un filosofo è lasciato il proprio. In ultimo non è una questione di avere ragione o no, io ad esempio non mi pronuncio pro o contro il nucleare perchè nella mia ignoranza taccio, è piuttosto una questione notoria che attiene al gap nell'ambito dell'informazione scientifica tra lettori e scienziati, per cui tendenzialmente chi avrebbe le professionalità per farlo (sbagliando) tace, perchè farebbe discorsi troppo complessi e non verrebbe compreso, chi invece ha altre qualifiche ma più visibilità parla esprimendo rispettabilissime opinioni, ma che non ritengo sostenute da background conoscitivi sufficienti, altrimenti che ci stanno a fare i cosiddetti "professionisti del settore"?.

Guido Grassadonio, sabato 19 marzo 2011 alle9:21 ha scritto: rispondi »

@Lena147 Paolo Cacciari è uno studioso ambientalista di lunga data e, credo, abbia tutta l'autorevolezza del caso... Ad ogni modo, le "affermazioni" non si pronunciano dall'alto di niente. Non serve un laurea in fisica nucleare per esprimere un'opinione, altrimenti si cade nel solito piatto "scientismo" per cui solo gli uomini di scienza hanno il permesso di esprimersi e di prendere decisioni (e filosofi, sociologi, politici perdono di qualsiasi importanza). Serge Latouche, uno dei punti di riferimenti mondiali del pensiero della decrescita, è un filosofo ed un economista: non può esprimere nessuna opinione "filosofica" sul nucleare? Infondo, la frase di Cacciari incriminata, non è che un'espressione "filosofica". E da laureato in filosofia la trovo plausibile. Posto, ovviamente, che avere la "qualifica" per parlare non vuol dire dovere avere per forza ragione ;-)

Lena147, venerdì 18 marzo 2011 alle14:27 ha scritto: rispondi »

"L’energia nucleare è il paradigma del delirio suicida di onnipotenza (la dismisura, la perdita del senso del limite) dell’uomo moderno." Mi chiedo dall'alto di quale qualifica un architetto/politico italiano pronunci un'affermazione di questa grave entità. Quale qualifica ha? Quale?

marco, giovedì 17 marzo 2011 alle12:55 ha scritto: rispondi »

tutti al referendum per votare contro il nucleare! tutto il mondo vuole tornare indietro sul nucleare e invece a noi tentano di riproporlo. saremmo veramente dei grulli se lasciassimo che decisioni antidemocratiche, perchè già prese ad alti livelli da industriali e politici corrotti senza partecipazione democratica, vadano a calpestare il risultato dell'87. vi vengono a dire che abbiamo bisogno di più energia e che, ammesso che sia vero, il nucleare è l'unica soluzione. io penso che sia il risparmio e soprattutto la produzione diffusa e in proprio l'unica strada per togliere dalle mani di ricchi papaveri privi di scrupoli la nostra sovranità energetica e trovare un modo sostenibile di abitare questo pianeta.

Lascia un commento