Sono molti gli studi scientifici che negli ultimi anni hanno verificato quanto sia pericoloso, soprattutto per donne in gravidanza, essere esposte ad alti livelli di inquinamento atmosferico. Ora uno studio di un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, pubblicato ieri su Environmental Health Perspectives, rivela che anche bassi livelli di esposizione all’inquinamento comportano sul feto danni neurologici e una maggiore incidenza di malattie respiratorie dovute ad una nascita prematura.

Questa sarebbe indotta da un’infiammazione intrauterina collegata proprio alle sostanze inquinanti presenti nell’aria, che le madri hanno respirato durante la gravidanza, accumulato nella placenta e trasmesso al figlio, soprattutto nei primi 3 mesi di vita.

Lo studio ha richiesto l’analisi di 5.059 coppie madre-figlio della città di Boston, una città considerata in buone condizioni rispetto ai parametri che misurano lo smog, almeno secondo gli standard definiti dall’EPA (Environmental Protection Agency). Tutte le donne prese in esame erano principalmente di estrazione medio-bassa. Sono stati valutati anche fattori come il livello di istruzione, la presenza o meno del vizio del fumo, l’età e l’eventuale obesità.

Allo stesso tempo è stata misurata l’esposizione materna alle polveri sottili (PM2,5) e all’inquinamento atmosferico in generale, utilizzando i dati provenienti dalle stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria EPA presenti nei pressi delle abitazioni delle madri.

Si è visto che, indipendentemente dai fattori non legati allo smog, le donne che erano state esposte a condizioni dell’aria non buone avevano il doppio della probabilità, rispetto a quelle che avevano avuto esposizioni molto basse, di presentare infiammazione intrauterina.

Questo considerando che la maggior parte dei soggetti studiati vivevano in zone con livelli di inquinamento al di sotto degli standard definiti dall’EPA, mentre un gruppo di 1.588 donne, circa il 31% del totale, aveva convissuto costantemente con livelli superiori. Questo dimostrerebbe che anche i livelli stabiliti come sicuri dall’EPA andrebbero ridiscussi.

Rebecca Massa Nachman, uno degli autori dello studio, che lavora presso il Dipartimento di Scienze della Salute Ambientale presso la Bloomberg School, spiega:

Questo studio solleva la preoccupazione che gli standard ancora in corso per l’inquinamento atmosferico non siano abbastanza severi per quanto riguarda la protezione del feto, che può essere particolarmente sensibile ai fattori ambientali. Abbiamo trovato effetti biologici nelle donne esposte a livelli di inquinamento atmosferico al di sotto degli standard EPA.

La novità dello studio sarebbero appunto le concentrazioni molto inferiori rispetto ai dati precedenti, sufficienti per compromettere la salute del feto. I meccanismi biologici che determinano gli effetti negativi non sarebbero ancora stati completamente compresi, ma tutte le placente delle donne studiate per questa ricerca, sono state conservate e la loro analisi potrà offrire elementi importanti per capirne di più.

28 aprile 2016
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