Che l’inquinamento atmosferico sia legato all’insorgere di vari tipi di malattie è assodato e continua ad essere indagato da vari studi scientifici. Molta parte della letteratura si sta concentrando sul particolato fine, ovvero i PM2,5, che spesso sono frutto dell’attività umana di tipo industriale e dell’utilizzo di mezzi di trasporto a combustibili fossili. C’è però un altro grande nemico della nostra salute nell’aria: è il particolato grossolano.

Si tratta di particelle delle dimensioni variabili dai 2,5 ai 10 micron che si è scoperto aumentano il rischio di ricoveri a causa del manifestarsi di patologie cardiovascolari. Possono avere derivazione sia naturale, come le particelle di sabbia trasportate dal deserto, sia derivare da attività agricole o ancora essere legate alla presenza di cantieri e altre attività, soprattutto nelle città.

È qui, nelle zone urbane, che uno studio realizzato dagli scienziati della Bloomberg School of Public Health della Johns Hopkins, appena pubblicato su Environmental Health Perspectives, ha indagato. Sono stati presi in esame i dati da una rete di monitoraggio dell’aria istituita dalla US Environmental Protection Agency (EPA) in 110 grandi contee urbane negli Stati Uniti. Sono stati quindi confrontati con i dati di ospedalizzazione nell’ambito dell’assistenza sanitaria statale, nelle stesse zone, dal 1999 al 2010, per le persone dai 65 anni in su.

Le contee che sono state valutate erano quelle che nel 2010 avevano più di 20.000 persone iscritte all’assistenza sanitaria statale e che contemporaneamente avevano monitorato per più di 200 giorni i valori facenti riferimento al particolato grossolano. Nel periodo di tempo preso in esame si sono registrati 6.370.000 ricoveri per patologie cardiovascolari e 2.510.000 ricoveri di emergenza per malattie respiratorie.

I ricercatori hanno trovato che nei giorni in cui c’erano maggiori concentrazioni di particolato dai 2,5 ai 10 micron di dimensione, i ricoveri legati ad alterazioni dell’equilibrio del sistema cardiovascolare aumentavano, negli altri giorni non si notavano correlazioni, mentre la stessa associazione non è stata trovata per le malattie respiratorie. Roger D. Peng, professore associato di biostatistica presso la Scuola di Bloomberg e principale autore dello studio, spiega che la ricerca dà le prove che mancavano per cominciare ad agire:

Avevamo il sospetto che ci fosse un’associazione tra particelle grossolane ed effetti sulla salute, ma la ricerca non poteva sostenerlo prima.

Questo lavoro fornisce la prova, almeno per quanto riguarda le malattie cardiovascolari. Non credo che abbiamo bisogno di un altro studio per convincerci. Ora è il momento di agire.

Il problema di queste particelle è che possono essere inalate e causano problemi di salute sistemici non necessariamente a lungo termine. Come agiscano a livello dell’organismo deve essere ancora chiarito e deve essere fatto in tempi brevi per poter avere degli strumenti per agire.

L’EPA ad esempio ha già imposto regole restrittive nei confronti delle polveri sottili, le aveva proposte anche per quelle più grossolane, ma in assenza di prove specifiche che ne dimostrassero la pericolosità l’idea non si è concretizzata. Ora, spiegano gli scienziati, serve una rete di monitoraggio di queste particelle a livello nazionale per poterne monitorare le dinamiche e gli effetti.

19 novembre 2015
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