Questa volta, forse, le associazioni delle rinnovabili lo ringrazieranno. A quanto pare, infatti, è stato proprio il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani, criticatissimo nei mesi scorsi per il decreto che porta il suo nome, a insistere perché il governo facesse dietrofront su un nuovo provvedimento di tagli agli incentivi per l’energia pulita.

L’idea era venuta al collega Roberto Calderoli, autore di un emendamento all’articolo 33 della manovra finanziaria approvata ieri dal Consiglio dei ministri, poi stralciato proprio dietro insistenza di Romani. La proposta Calderoli prevedeva un taglio del 30% di una serie di voci della bolletta elettrica, con un risparmio finale, per i consumatori, di circa il 3%. Tra gli “oneri” da tagliare, manco a dirlo, gli incentivi alle rinnovabili (la misura avrebbe gravato per l’80% sul comparto del fotovoltaico), ma anche il decommissioning nucleare e i contributi per ferrovie, piccoli comuni e cittadini a basso reddito.

Un’ipotesi che ha scatenato feroci polemiche da parte di associazioni di settore, ambientalisti e partiti d’opposizione. Hanno iniziato gli Ecologisti democratici, definendo «folle» la proposta di Calderoli e lo stesso governo. Non meno duro il commento di Legambiente, che per bocca del suo presidente Vittorio Cogliati Dezza ha sottolineato che solo poche settimane fa si è finalmente risolta, con l’approvazione del Quarto conto energia, l’incertezza normativa degli ultimi mesi. Quanto alle associazioni del mondo delle rinnovabili, la possibilità di nuovi tagli è stata accolta ovviamente con grande disappunto.

«L’impatto di questa misura, se confermata – hanno scritto in una nota congiunta Anie-Gifi, Anev, Aper e Assosolare – sarebbe devastante non solo per il settore della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ma per tutti i consumatori, sia industriali che domestici, che attualmente beneficiano di incentivi o sgravi che trovano copertura nella bolletta, come per esempio, il bonus sociale per indigenti, anziani e malati».

Un coro di proteste che, evidentemente, ha ottenuto il suo effetto. Poche ore, e dell’emendamento a firma di Calderoli non c’era più traccia nel testo della manovra finanziaria. Per espressa volontà, a quanto si è appreso, del ministro Paolo Romani.

1 luglio 2011
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