Sono anni che il mondo scientifico sta studiando nuovi materiali per realizzare plastiche alternative in grado non solo di biodegradarsi, ma di essere realmente compostabili senza inquinare l’ambiente. Molti tipi di bioplastiche vengono già realizzate a partire da mais, patate dolci e altri tipi di scarti alimentari, ma uno dei difetti che questi materiali hanno è la scarsa resistenza e flessibilità che dimostrano, oltre ai costi elevati di produzione che li rendono di uso limitato.

Dalla Tuskegee University arriva però uno studio che potrebbe cambiare la situazione. Il lavoro è stato presentato il 15 marzo al 251esimo Meeting Nazionale annuale della American Chemical Society (ACS). Vijaya K. Rangari, dottoranda e laureata presso la Tuskegee University, insieme ai colleghi, ha introdotto in una miscela costituita dal 70% di PBAT, un polimero derivante dal petrolio in grado di biodegradarsi nel breve tempo di 3 mesi, e dal 30% di PLA (acido polilattico), compostabile e ottenuto dalle schegge di gusci d’uovo.

Se il guscio delle uova risulta fragile alla rottura, ridotto in nanoparticelle della dimensione inferiore di 350 mila volte quella di un capello umano fornisce un’eccezionale flessibilità al materiale di partenza. Durante le fasi di ricerca frammenti di gusci d’uova sono stati lavati, macinati mescolandoli a glicole propilenico e quindi esposti a onde ultrasoniche che hanno ridotto i pezzettini alle dimensioni nanometriche.

I ricercatori hanno scoperto che l’aggiunta di questa poltiglia al mix di PBAT/PLA dava un’elasticità superiore al 700% rispetto ad altre miscele bioplastiche. Vijaya K. Rangari spiega:

Queste nanoparticelle di guscio aggiungono resistenza al materiale e lo rendono molto più flessibile di altri materiali sul mercato.

Crediamo che queste caratteristiche, insieme alla biodegradabilità nel terreno, possano rendere le bioplastiche con gusci d’uovo un materiale da imballaggio davvero alternativo.

Se l’esperimento è stato effettuato su un materiale che ancora in parte deriva dal petrolio, la speranza è che presto possa essere applicato anche alle plastiche al 100% di origine vegetale. Il suo utilizzo dovrebbe comportare vantaggi anche dal punto di vista economico trattandosi di una risorsa facilmente reperibile, che potrebbe essere recuperata come scarto agroalimentare.

Il team di ricerca sta anche ampliando i propri orizzonti ad altri ambiti di applicazione: l’utilizzo di frammenti minuscoli di gusci d’uovo potrebbe essere d’aiuto anche per migliorare la guarigione delle ferite, per favorire la rigenerazione ossea e potrebbero essere usati anche nella somministrazione dei farmaci.

17 marzo 2016
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