Domani 5 giugno è la Giornata Mondiale dell’Ambiente e per l’occasione la Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN) rilancia il Protocollo di Milano presentato il 28 aprile in vista di Expo 2015. I suoi tre obiettivi principali sono: promuovere stili di vita sani e combattere l’obesità; promuovere l’agricoltura sostenibile e ridurre lo spreco di cibo del 50% entro il 2020.

Su quest’ultimo punto la BCFN si vuole concentrare per porre l’attenzione su un problema mondiale che stride sempre di più, se messo a confronto con il numero di persone che soffrono la fame nel mondo. Ogni anno vengono “buttate” 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, ben un terzo della produzione mondiale, per un valore di un trilione di dollari e di questo, basterebbe un quarto per alimentare i 795 milioni di persone che convivono con le carenze alimentari.

Lo spreco caratterizza anche la cultura di un popolo: se in Europa e nel Nord America le cifre vanno dai 95 ai 115 kg pro capite di cibo sprecato ogni anno, nell’Africa sub-sahariana e nel Sud-est asiatico i numeri sono molto più bassi, restando tra i 6 e gli 11 kg pro capite. Non sembra esserci differenza invece tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo, i primi dissipano circa 670 milioni di tonnellate di cibo all’anno, i secondi circa 630.

L’unica differenza è riguardante le fasi in cui il cibo viene “perso”: nei Paesi industrializzati il 40% dello spreco avviene durante la vendita al dettaglio e il consumo finale, mentre nei Paesi in via di sviluppo, la stessa cifra fa riferimento alle fasi di raccolta e lavorazione. In Italia la perdita maggiore avviene in relazione ai prodotti freschi (latticini, carne e pesce) che sono anche i più deperibili. Si parla di un 35%, mentre il 19% riguarda il pane e il 16% frutta e verdura.

Perdite che influiscono pesantemente anche sull’ambiente: le enormi quantità di cibo che non vengono utilizzate si traducono in miliardi di tonnellate di CO2 prodotte inutilmente e in milioni di metri cubi d’acqua sprecati. Ludovica Principato, dottoranda in Management presso l’Università la Sapienza di Roma e ricercatrice della Fondazione BCFN, spiega:

Il carbon footprint globale del cibo perso e sprecato a livello globale è di circa 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 ed equivale al 6-10% circa delle emissioni di gas serra antropogeniche, cioè prodotte dall’uomo. Se gli sprechi alimentari fossero rappresentati da un Paese, questo sarebbe il terzo principale produttore di anidride carbonica, dopo Stati Uniti e Cina.

Il cambiamento climatico derivato dall’aumento delle emissioni di CO2 influisce a sua volta sui prezzi dei prodotti. Secondo Riccardo Valentini, professore ordinario all’Università della Tuscia e membro dell’Advisory Board BCFN:

Contribuirà ad aumentare i prezzi globali dei beni alimentari in una forbice dal 3% all’84% entro il 2050, con serie minacce per la produzione di cibo e la sicurezza.

Solo in Italia sono 1226 i milioni di metri cubi l’anno di acqua che vengono sprecati, con un’immissione di 24,5 milioni di tonnellate di CO2, 14,3 milioni solo per gli sprechi domestici.

Secondo la BCFN occorre porre attenzione fin dall’inizio delle fasi di produzione. Ridurre lo spreco è possibile, serve innanzitutto prevenirlo modificando le pratiche attuali e cercando poi di riutilizzare gli avanzi per l’alimentazione umana, animale e agli ultimi stadi con il compostaggio o la produzione di energia.

4 giugno 2015
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