La Green Economy ha i numeri ed è una cosa seria. Questa in sintesi ciò che si può desumere dal terzo rapporto dell’Osservatorio VedoGreen “Green Economy on Capital Markets 2013” che è stato recentemente presentato a Roma. Il rapporto è stato realizzato su un panel di 117 società green europee quotate in Borsa delle quali 17 sono italiane con i dati 2012 e proprio dal nostro paese arriva una sorpresa. L’economia del green in Italia, infatti, è quella con la più alta marginalità in Europa, il 25% rispetto alla media del Vecchio continente che è al 16% e anche se vediamo all’interno del nostro Paese ci si rende conto che l’economia verde tira di più di quella tradizionale. La crescita media del settore ha visto nel 2012 un più 3% di ricavi e un 13% di EBITDA, mentre l’indice Green Italia ha fatto un più 20%contro il più 16% del FTSE Italia All Share.

Le ricette di questo successo, in un anno “horribilis” per l’economia italiana come il 2012 sono da ricercarsi, con ogni probabilità, nel predominio dei capitali stranieri all’interno delle aziende italiane – circa il 75% – che proviene da nazioni, come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Svizzera, nelle quali c’è con ogni probabilità una maggiore propensione al rischio e all’innovazione, tutte qualità che al green italiano non mancano. Ma uno dei fattori di successo è anche quello della ricerca. E qui troviamo le sorprese che non ci aspetteremmo. Le domande italiane di brevetto europeo da parte della ricerca green, infatti, sono – e parliamo di tasso medio di crescita annua – in costante ascesa e vanno dal più 1% del settore amministrativo e gestionale, al più 10,7% dell’agricoltura e della silvicoltura, passando per il più 8,7% delle fonti rinnovabili e il 4,9% dei rifiuti.

E anche i confronto internazionale, per una volta, ci vede in buona posizione. Nel 2012 la variazione su base annua dei brevetti green è stata di un più 10,4% contro un più 6,2% della Germania e il meno 15,8% della Danimarca e il meno 5,3 della Gran Bretagna. E a confermare questi dati c’è anche il peso dei brevetti green sul totale. Tra il 2008 e il 2012 i brevetti green sono stati 2.850 con un tasso di crescita annuale di un più 5,4%, mentre nello stesso periodo quelli non green sono stati 49.286 con un tasso di decrescita di meno 4,1% annuo. Insomma se le due cifre in termini assoluti sono molto distanti, i brevetti green sono circa il 6% del totale, bisogna dire, però, che le tecnologie sostenibili sono in crescita, trainate dalle esigenze delle aziende che vedono nel green un’opportunità e quindi richiedono innovazione.

Si tratta di una convergenza tecnologica tra aziende e mondo della ricerca che è dimostrata anche dai numeri. Sul controllo dell’inquinamento, per esempio, abbiamo un di quota complessiva, 15,2% circa le richieste di brevetti da parte delle aziende – parliamo del periodo 1999-2012 – che coincide quasi alla perfezione con la quota del 16,4% di brevetti realizzati da enti di ricerca e università. Se, invece, prendiamo il dato complessivo – green e non green – ecco che si manifesta una divergenza tecnologica con imprese che non riescono a trovare ricerche a loro utili.

Il secondo è lo scenario al quale siamo abituati nel quale pesano l’assenza di una politica industriale e il vuoto per quanto riguarda il travaso di esigenze e contenuti tra imprese e il mondo della ricerca. C’è da chiedersi, quindi, cosa succeda per quanto riguarda il green e su ciò, in assenza di dati che spiegano il fenomeno si posso fare delle ipotesi. Il green possiede un background di conoscenze condivise da una vasta comunità eterogenea fatta da ricercatori, imprese, cittadini utenti e anche qualche decisore politico che potremmo definire “illuminato” e questa sorta di “tessuto comune” che è fatto anche di visioni e obiettivi, con ogni probabilità riesce a supplire alle mancanze da parte dello stato italiano di politiche industriali, tracciando anche dei driver che però spesso entrano in collisione con pezzi della “brown economy”. Ma da ciò non esce una sconfitta, anzi come hanno dimostrato i numeri precedenti sugli andamenti finanziari del green, i driver sono così forti da convincere gli investitori a scommettere sul verde e sull’Italia.

12 dicembre 2013
Lascia un commento