Make IT Green è il nome della nuova campagna d’informazione promossa da Greenpeace, che questa volta prende di mira le emissioni nocive per l’ambiente generate dal funzionamento dei server dedicati alle operazioni di cloud computing. Una pratica sempre più diffusa che, con l’evolversi dei servizi in stile Web 2.0 e con la sempre più capillare copertura della banda larga, sta spingendo pian piano gli utenti ad abbandonare la consuetudine di salvare tutti i propri dati in locali, per destinarli ai server presenti in Rete.

Secondo la ONG ambientalista, questa tendenza ha innescato un pericoloso aumento di gas nocivi nell’atmosfera, in quanto le mastodontiche infrastrutture adibite alla gestione dei server sarebbero, in gran parte, alimentate a carbone.

Facebook è tra gli imputati più illustri. Il social network di Mark Zuckerberg, al fine di ottimizzare il proprio servizio, avrebbe di recente costruito un data center di grandi dimensioni a Prineville, nell’Oregon, optando per sistemi di alimentazione elettrica basati sulla combustione del carbone, più economici ma ovviamente dannosi per il pianeta. Greenpeace è severa anche con Yahoo, per aver dato vita a un imponente centro server a Buffalo, per il quale però parte dell’approvvigionamento energetico avviene con impianti di natura idroelettrica.

In molti si sono uniti al coro di protesta alzato dall’associazione, chiedendo proprio sulle stesse pagine di Facebook l’adozione di tecnologie eco friendly per il funzionamento del social network.

Le cifre diffuse da Greenpeace e rilevate da una ricerca condotta nei mesi scorsi dall’Agenzia di Protezione Ambientale americana sono alquanto preoccupanti: il consumo delle apparecchiature dedicate a operazioni di cloud computing è cresciuto dal 2007 ad oggi del 300% circa, arrivando a generare consumi superiori a quelli di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme, come riportato sulle pagine di Corriere.it.

31 marzo 2010
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