Il carbone, di per sé, è in assoluto la fonte fossile per la produzione di energia a maggiore impatto ambientale e insieme la meno costosa. Si stima che le 17 centrali a carbone, funzionanti o in fase di realizzazione in Italia, possano essere responsabili del 24 per cento delle emissioni di CO2.

Per questo motivo nel nostro paese è molto serrato il dibattito sulla possibilità dello sviluppo della tecnologia del cosiddetto carbone pulito. Ovvero un sistema in grado di minimizzare o annientare l’impatto delle centrali oggi più sporche in assoluto, filtrandone le ceneri e catturandone le emissioni di CO2.

Il titolo di questo post, è anche il nome di una campagna di Greenpeace, che intende smentire i tentativi fatti dall’industria energetica di fare “green wash” sul ritorno al carbone in Italia, attraverso la promessa di una tecnologia per il carbone pulito che ad oggi sembra in realtà estremamente lontana.

Enel sul suo sito istituzionale parla di un sistema all’avanguardia, messo in funzione già nella centrale di Civitavecchia, recentemente convertita al carbone, che ne farebbe una centrale a carbone pulito (perciò anche finanziata dallo Stato come fonte rinnovabile). Leggendo il sito dell’azienda leader dell’energia in Italia, sembrerebbe che la centrale possa dirsi ad emissioni zero, perché in grado di catturare “le ceneri della combustione” tramite filtri, e di riutilizzarli nella composizione di materiali per l’edilizia.

In realtà, queste ceneri non hanno nulla a che vedere con le elevate emissioni di CO2, che la centrale continua a produrre con una minima riduzione.

Il sito dedicato alla ricerca dell’Unione Europea, linkato nello stesso portale Enel alla voce “Sequestro CO2″, fa il punto sullo stadio di avanzamento della tecnologia di cattura delle emissioni. Si definiscono le pratiche di cattura della CO2, effettuata tramite solventi chimici, “una tecnologia matura, ma non ancora utilizzabile su impianti energetici di larga scala”.

Inoltre, stando allo stesso sito, dove la scienza è molto lontana dal dare una risposta soddisfacente, è nelle soluzioni di stoccaggio della CO2 eventualmente recuperata. Questa infatti potrebbe essere lasciata sprofondare nel fondo degli oceani (!), con le intuitive implicazioni ambientali del caso, oppure potrebbe essere stoccata in bacini esauriti di gas o petrolio, anche se ogni ricerca in materia è del tutto ad uno stadio embrionale, per le implicazioni date dal rischio di contaminazione del sottosuolo, di falde acquifere, di dispersione. Oppure potrebbe essere “dissolta” in falde saline ad elevata profondità, con i contro di un incerta stabilità a lungo termine, di problematiche relative alla sicurezza, e all’elevato consumo energetico per il processo di stoccaggio.

Tutte problematiche che indicano come ad oggi (e si stima per molti anni ancora, almeno fino al 2020) il “carbone pulito” possa essere solo una scelta strategica in termini di reddito e di immagine per le aziende produttrici, ma non in termini ambientali e di riduzione delle emissioni.

Con un paese, il nostro, che non fa che allontanarsi dagli obiettivi di riduzione delle emissioni stabiliti da Kyoto.

27 novembre 2008
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I vostri commenti
Ratamusa, venerdì 28 novembre 2008 alle13:19 ha scritto: rispondi »

È notorio che la destra non è ecologista (non si mescola ai comunisti....), che il CO e il Co2 non fanno parte delle energie pulite (che non danno quegli scarti). Voglio sperare che sia stata colta l'ironia della risposta.

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