Con il diffondersi dei prodotti biologici nei supermercati e negozi specializzati, una domanda si pone come sempre più urgente: si tratta di forme di produzione universalizzabili? In altre parole, un futuro in cui la produzione di derrate di origine vegetali sia al 100% “organico” si può dire sostenibile e quindi auspicabile?

La domanda se l’è chiesta, fra gli altri, la rivista Nature. E la risposta è meno semplice di quanto non possa apparire nell’immediato. Il biologico nasce infatti con lo scopo di ridurre l’impatto ambientale della produzione agricola e di quella dell’allevamento. Se però, notano a Nature, le nuove tecniche pulite di coltivazione riducono la resa del terreno, questo può avere risvolti ecologici gravissimi. Se, come rilevano gli studi, in media una coltivazione biologica rende il 20% in meno, questo vorrebbe dire la necessità di occupare il 20% in più di terreno pur di mantenere inalterata la quantità di cibo prodotta.

In altre parole, aumenterebbe drasticamente la necessità di disboscare le foreste, soprattutto in territori del terzo mondo. Ad uno sguardo più attento però, salta agli occhi che i dati sulle differenze di resa fra campi biologici e campi non bio è molto meno trasparente, rispetto a come è stata presentata.

Se la coltivazione del grano organico perde più del 30%, quella dei legumi risulta invece quasi alla pari. Inoltre, se guardiamo alle produzioni agricole nel terzo mondo, se evitiamo di cadere nella trappola di considerare i dati dei pochissimi campi sperimentali con rese simili a quelle delle situazioni “occidentali”, ci accorgiamo che tra bio e non bio in loco non c’è molta differenza. Ed è un livellamento tragico, perché al ribasso.

Le conclusioni a cui arriva Nature e che sono state riportate anche da Cado in Piedi sono le seguenti:

  • Per alcuni prodotti fondamentali come il grano non è possibile pensare ad affidarsi alla coltivazione biologica;
  • Per legumi come le lenticchie è invece dimostrato che la coltivazione biologica è perfettamente competitiva;
  • Nella maggioranza dei casi è auspicabile che vengano intraprese strade ibride. Ovvero che vengano accolte delle istanze BIO, ma a patto che non riducano la produttività.


Nel nostro piccolo ci sentiamo di sottolineare come tale analisi parta dal presupposto, purtroppo diffuso, che non si possa intervenire nella riduzione della domanda. Non è il caso di riproporre in toto teorie sulla decrescita, ma basterà sottolineare come, in sfregio alle persone che ancora oggi nel mondo soffrono la fame, ci sia una larga fetta dell’umanità che, per così dire, si sovralimenta. E questo è un dato che non dovrebbe essere lasciato da parte.

2 maggio 2012
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I vostri commenti
Giulia Brugnolini, venerdì 11 maggio 2012 alle13:25 ha scritto: rispondi »

D'accordissimo con le considerazioni fatte dalla redazione. Vorrei a tal proposito, se mi è permesso, riprendere una metafora del professore Emerito Federico Butera sulle energie rinnovabili nel nostro sistema energetico. Egli dice che gli apporti di energia rinnovabile rischiano di essere irrilevanti se non cambiamo anche il sistema, tramite una similitudine azzeccata: un leone, con il suo metabolismo, se viene portato in un negozio di frutta e verdura dopo un po' morirà.. mentre invece un coniglio può viverci. Il leone è stato creato o si è evoluto per nutrirsi di carne e non può essere altrimenti, così come il nostro sistema energetico si è evoluto con e per la scoperta delle fonti fossili. Io credo che la stessa similitudine possa essere utilizzata per il nostro sistema alimentare.. in cui gli apporti di biologico possono non bastare solo se manteniamo il nostro sistema come è. Se contiamo che la maggior parte della coltivazione di cereali è utilizzata per dar da mangiare a bovini... Buona decrescita a tutti..

Livia Negri, giovedì 3 maggio 2012 alle11:14 ha scritto: rispondi »

assolutamente d'accordo con la considerazione finale! Impensabile un nuovo modo di produrre senza un cambiamento nel nostro stile di vita e, quindi, senza una presa di coscienza da parte dei consumatori. Come scrive Asso Bio, è una questione di un'equa distribuzione e di una riduzione di sprechi. Livia Negri

AssoBio, giovedì 3 maggio 2012 alle9:27 ha scritto: rispondi »

 Non si tratta di una sconfessione dell'agricoltura biologica come metodo per nutrire il mondo. Al contrario, costituisce un importante riconoscimento di cui non possiamo che essere lieti.La meta analisi pubblicata su Nature conferma che l'agricoltura biologica non è una pratica da nostalgici o da figli dei fiori, ma un serissimo metodo di produzione che a tutti gli effetti può essere messo a confronto con l'agricoltura industrializzata, grande consumatrice di energia fossile (sempre più scarsa e costosa) e di sostanze chimiche di sintesi che hanno un impatto sull'ambiente sempre maggiore e negativo.  Il lavoro ha preso in esame 66 studi già pubblicati a livello internazionale che comparano la quantità di raccolto di 34 coltivazioni in agricoltura convenzionale e biologica e conclude che "l'agricoltura senza l'uso di fertilizzanti chimici di sintesi e pesticidi può fornire raccolti sufficienti in alcune circostanze". L'attenzione della stampa si è concentrata prevalentemente sulla considerazione dei riceratori che le quantità di alcuni prodotti con l'agricoltura biologica sono inferiori e che quindi, a loro avviso, per produrre tutti gli alimenti necessari al pianeta servirebbero anche altre tecniche. E' invece significativo che lo studio riconosca che già ora, pur nell'assenza di sostegno pubblico alla ricerca in agricoltura biologica, per alcune coltivazioni, dalle fragole alla soia (la stessa soia per la quale in convenzionale si fa gran uso di diserbanti e che in buona parte è OGM), questa è già  in grado di dare le stesse quantità di raccolto. Immaginiamo quali potrebbero essere i risultati se a favore della ricerca nel biologico fosse stanziato anche soltanto il 10% di quanto è speso per sviluppare nuovi pesticidi e OGM.   E, soprattutto, va sottolineato che l'articolo su Nature si concentra esclusivamente sulle quantità di prodotto, tralasciando le altre tre gambe fondamentali del tavolino: l'impatto ambientale, la biodiversità, la qualità nutrizionale. Secondo i dati ufficiali dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale del ministero per l'Ambiente, in Italia si trovano ben 118 pesticidi diversi (erbicidi, fungicidi e insetticidi) nel 47.9% delle acque superficiali e nel 27% di quelle profonde, da dove pescano gli acquedotti. In oltre il 30% delle acque superficiali il contenuto supera i limiti ammessi per le acque potabili. Il diserbante Glifosate è presente in oltre l'80% delle acque superficiali della Lombardia, quasi sempre con concentrazioni sopra i limiti di legge.Che senso ha ottenere raccolti maggiori per alcune piante grazie all'uso di fertilizzanti, diserbanti, insetticidi e anticrittogamici, se l'effetto è quello di peggiorare a questo livello la qualità e la sicurezza dell'acqua che beviamo? Il vantaggio è completamente illusorio e ingannevole.Tutte le ricerche, poi, dicono che nei campi biologici la biodiversità è di gran lunga superiore a quella che si riscontra nei campi convenzionali. Basta ricordare la moria delle api e degli altri insetti impollinatori causata negli ultimi anni in tutta Europa e in Nord America dagli insetticidi neonicotinoidi. Dove sta il senso di aumentare le rese a scapito della fauna selvatica (e, in questo caso, di insetti indispensabili come gli impollinatori?)   Lo studio, che, ripetiamo, si concentra solo sulle quantità dei raccolti, ipotizza un ibrido tra l'agricoltura biologica e quella convenzionale, ricorrendo a fertilizzanti chimici di sintesi. In questo modo aumenterebbero sì le rese, ma anche qui con un guadagno solo apparente: avremmo più peso, ma la stessa quantità di sostanze nutrizionali. La fertilizzazione di sintesi fa solo assorbire alla pianta più acqua, non fa aumentare il patrimonio di vitamine, sali minerali e altri nutrienti, che risulterebbero diluiti. Le ricerche ci dicono che il contenuto nutrizionale delle diverse colture oggi è inferiore di cinquant'anni fa: aver più cibo, ma meno nutriente, non è certo un affare (se per avere lo stesso quantitativo di vitamine e sali minerali devo mangiare il 25% in più, dove sta il guadagno di un'agricoltura intensiva che producesse il 25% in più? Alla meglio, il saldo è zero). E, infine, va considerato che la produzione mondiale di alimenti è già più che sufficiente per sfamare l'umanità: quello che manca è un'equa distribuzione delle risorse: nei Paesi del sud del mondo (che lo studio di Nature non prende in esame: si concentra soltanto sull'agricoltura del nord, senza considerare la potenzialità di una buona agricoltura biologica per l'indipendenza alimentare dei Paesi in via di sviluppo) non manca la produzione di cibo, manca semplicemente il denaro per avere accesso al cibo. Dove sta la scarsità, se ogni anno una famiglia italiana butta in pattumiera una media di 500 euro di prodotti alimentari e se un terzo dei bambini italiani è obeso?       

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