Sotto i ghiacci dell’Artico e sotto alcuni oceani ci sono immensi giacimenti di gas non convenzionale. Lo sanno bene le compagnie petrolifere e lo sanno bene gli Stati che si affacciano sul Circolo Polare Artico e che, da anni, non fanno altro che piazzare bandierine in fondo al mare o sopra i ghiacciai del grande nord.

Ora, però, arriva la conferma che questo gas si potrebbe anche sfruttare commercialmente: il Dipartimento dell’Energia americano (DOE) ha annunciato di essere riuscito ad estrarre idrati di metano da sotto i ghiacci dell’Alaska, grazie ad una spedizione “scientifica” congiunta che ha visto partecipare anche i giapponesi e la compagnia petrolifera privata Conoco Phillips.

In pratica si è riusciti ad estrarre il metano pompando sotto lo strato di ghiaccio azoto e CO2. Questo, per l’industria del petrolio e del gas, ha due enormi vantaggi: si estrae metano da bruciare e si seppellisce sotto il tappeto l’anidride carbonica precedentemente catturata con i sistemi sperimentali della CCS.

Il test è il secondo di questo tipo: il primo è stato condotto nel 2008 durante un’altra spedizione giappo-americana. All’epoca, però, si era riusciti ad estrarre il gas solo per 6 giorni mentre adesso il gas è fuoriuscito per ben trenta giorni dando appunto la speranza che la cosa si possa fare anche a fini commerciali.

Tutto questo, però, porta con sé rischi enormi. Il primo è noto agli scienziati e consiste nel fatto che gli idrati di metano sono dei cristalli che reggono l’enorme mole di ghiaccio che li sovrasta. Estrarre gli idrati vuol dire fare un grosso vuoto sotto il ghiaccio (o sotto il fondo marino, nel caso dei giacimenti non artici) con la probabilità di causare un crollo.

Quella che vedete è la ricostruzione grafica 3D dell’enorme cratere causato, secondo gli scienziati, da una esplosione di idrati di metano nel Permiano-Triassico (circa 250 milioni di anni fa) avvenuta per cause naturali. Non ci vuole molto a capire che bucando il ghiaccio si gioca con il fuoco.

Il secondo grande rischio, come ben documenta l’ASPO, è che il metano intrappolato nei cristalli, a contatto con temperature più alte, venga liberato in grandi quantità nell’atmosfera nei pressi dei futuri pozzi di estrazione. Considerando l’elevatissimo effetto serra causato dal gas naturale (una ventina di volte superiore a quello della comune CO2), è evidente che una grossa fuga di gas non sarebbe una cosa molto buona per il clima.


Infine, una considerazione: gli idrati di metano altro non sono che “il lato B dello shale gas”, cioè del gas di scisto di cui tanto si sta parlando ultimamente negli Stati Uniti e nel resto del mondo. In entrambi i casi si tratta di andare a cercare ed estrarre gas naturale in condizioni difficilissime, con tecnologie assolutamente sperimentali e non consolidate e con evidenti rischi geologici. In altre parole, sia per gli idrati di metano che per lo shale gas, si tratta di raschiare il fondo del barile. Incrociando le dita.

Fonti: DOE | ASPO Italia

7 maggio 2012
In questa pagina si parla di:
gas
I vostri commenti
SESTO SISTO, lunedì 7 maggio 2012 alle22:02 ha scritto: rispondi »

tanta scienza rovinata dall' espressione giappo-americana anziche' NIPPO AMERICANA !

Lascia un commento