Quando nel 1998 un produttore di salsa di soia giapponese ha annunciato di aver scoperto, grazie ai propri laboratori d’analisi interni, una molecola utile per combattere l’infezione da HIV, si è pensato si trattasse di una boutade. Sedici anni dopo arriva la conferma grazie all’Università del Missouri: nella salsa di soia è effettivamente presente una molecola che funge da potente antiretrovirale, che potrà essere utilizzata in futuro per trattamenti mirati contro il retrovirus.

La molecola in questione è stata battezzata EFdA ed è stata scoperta alla fine degli anni ’90, quando il produttore Yamasa ha deciso di dotarsi di laboratori all’avanguardia per l’analisi delle sostanze chimiche contenute nei cibi. Sebbene gli studi dell’Università del Missouri siano ancora agli stadi iniziali, si ipotizza che la molecola in questione sia 70 volte più efficace del Tenofovir, un antiretrovirale spesso prescritto ai pazienti sieropositivi.

Come se non bastasse, pare che il retrovirus dell’HIV non riesca a sviluppare una resistenza alla somministrazione prolungata, come invece a volte avviene con le terapie tutt’oggi in uso. Così spiega Stefan Serafianos, professore associato di microbiologia molecolare e immunologia alla Facoltà di Medicina dell’Università del Missouri, nonché virologo presso il Bond Life Science Center:

I pazienti che sono trattati per l’infezione da HIV con il Tenofovir, possono nel lungo periodo sviluppare una resistenza al farmaco che previene un’effettiva difesa contro il virus. L’EFdA, la molecola che stiamo studiando, è meno incline a causare resistenza nei pazienti sieropositivi perché viene attivata più rapidamente ed è più lentamente smaltita dal corpo rispetto ad altri simili farmaci.

Il rinvenimento dell’EFdA è stato del tutto casuale e solo nel 2001, a tre anni dalla scoperta, si è ipotizzato potesse davvero essere utile ai trattamenti per l’HIV, data una struttura molecolare molto simile a quella dei farmaci già in commercio. Alcune ricerche, tra cui quella in oggetto del gruppo in Missouri così come uno studio condotto dall’Università di Pitrsburgh e dal National Institues of Health, hanno confermato come la somministrazione abbia avuto successo nelle scimmie. Così ha spiegato il ricercatore Michael Parniak:

Questi animali erano così letargici, così malati, da essere in attesa di soppressione quando l’EFdA è stata somministrata. In un mese sono tornati a saltellare nelle loro gabbie e la carica virale nel loro sangue è scesa a livelli non rilevabili.

Prima che venga realizzato un farmaco utile all’uomo, però, passeranno ancora degli anni, così come normale attendersi quando dalla sperimentazione animale si passa ai trial clinici sull’uomo. Il prossimo obiettivo è capire quanto a lungo l’EFdA rimanga nel sangue e nelle cellule e, ovviamente, se l’efficacia provata sulla SIV sia replicabile anche per l’HIV.

La speranza non è solo quella di produrre una nuova categoria di antiretrovirali che siano più efficaci e più tollerati dall’organismo, ma anche quella di ottenere un trattamento preventivo affinché si riducano le chance di contagio in quelle situazioni a rischio.

L’assunzione di antiretrovirali infatti, riducendo la carica virale, contribuisce positivamente al calo delle possibilità di trasmissione. Può sembrare inutile sottolinearlo, infine, ma il normale consumo di salsa di soia per via alimentare non ha effetti diretti nel contenere l’HIV.

8 maggio 2014
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