Guerra del fotovoltaico, la Cina studia dazi contro l’Europa

Cina, Europa e Stati Uniti adesso hanno qualcosa che le accomuna: tutte e tre hanno dato vita a un’azione anti dumping sulle importazioni di fotovoltaico provenienti da almeno uno degli due altri paesi. E la situazione si complica ulteriormente nell’ormai disastrato mercato globale del solare.

In principio sono stati gli USA, con l’avvio di un’indagine su celle e moduli cinesi sottocosto e con l’applicazione di dazi provvisori fino al 250%, recentemente confermati. Poi è arrivata la Cina, che ha annunciato l’avvio di un’istruttoria sul polysilicon incentivato prodotto negli Stati Uniti.

Si è accodata l’Europa, con una timida azione ispettiva sui prodotti cinesi, seguita poi da una seconda, che ancora non hanno portato ad azioni concrete alla dogana. Infine, notizia freschissima, è tornata la Cina. Questa volta contro l’Europa e sempre sul polysilicon, materiale con il quale si producono i wafer fotovoltaici che poi vengono trasformati in celle e moduli.

Chen Deming, ministro cinese del Commercio, ha firmato i documenti che danno inizio alla pratica anti dumping il primo novembre. La procedura è la stessa attualmente in atto per gli Stati Uniti: per un anno le importazioni di polysilicon dall’Europa saranno messe sotto la lente d’ingrandimento per capire se danneggiano i produttori locali di questo materiale. Se tra dodici mesi la risposta sarà positiva si passerà all’imposizione dei dazi doganali.

Per capire questo intreccio di accuse bisogna partire dalla catena di produzione del fotovoltaico: la materia prima è il “solar grade polysilicon”, cioè il silicio policristallino opportunamente addizionato (o, come si dice in gergo, “drogato”) con alcune sostanze chimiche, con cui si producono i wafer. I wafer sono le “fette” di silicio che vengono poi ulteriormente trattate per produrre le celle fotovoltaiche dalle quali, a loro volta, si producono i moduli che compongono i pannelli solari.

Tra i maggiori produttori al mondo di poysilicon ci sono, ovviamente, i giganti della chimica: Stati Uniti e Germania. L’accusa della Cina è che questi paesi offrano sussidi statali (spesso sotto forma di defiscalizzazioni) alle aziende private al fine di abbassare il prezzo del polysilicon immesso sul mercato. Se il silicio pochi anni fa costava 300 dollari al chilo, oggi viaggia sui 18-20.

L’accusa degli Stati Uniti e dell’Europa, invece, è che la Cina offra sussidi statali (defiscalizzazioni e prestiti estremamente agevolati anche ad aziende decotte, pur di farle stare in piedi) ai produttori di celle e moduli fotovoltaici. Se le celle pochi anni fa costavano oltre 2 euro al Watt, oggi siamo sui 60 centesimi.

Chi ha ragione? Entrambi: UE e USA sovvenzionano il polysilicon con cui in Cina si producono celle a loro volta sovvenzionate. Ma la domanda da farsi, forse, è un’altra: chi ci ha guadagnato da questa situazione? Chi compra fotovoltaico, che nel giro di pochissimi anni ha goduto di prezzi sempre più bassi.

Tutto ciò è sostenibile? Probabilmente no visto che tutta la catena è in perdita, dal silicio al modulo passando per le attrezzature, e vi è un eccesso produttivo che durerà per almeno un anno secondo le stime più ottimistiche, o fino al 2015 secondo quelle più pessimistiche.

5 novembre 2012
In questa pagina si parla di:
Lascia un commento