Dopo i buoni esiti ottenuti da Greenpeace nella sua campagna per una Apple più verde, l’ONG ambientalista decide di ritentare il colpo per convincere Philips a migliorare le sue prestazioni nel trattamento dei rifiuti elettronici.

La campagna, già intrapresa da alcuni mesi a livello internazionale, è stata lanciata questi giorni anche dalla sede italiana di Greenpeace, con il lancio di una cyberazione per convincere la multinazionale olandese a prendersi cura dei suoi prodotti anche nell’ultima fase del loro “ciclo di vita”, il rifiuto.

Nell’ultima EcoGuida di Greenpeace su prodotti elettronici, la Philips occupava la penultima posizione. Sebbene l’azienda infatti avesse atteggiamenti mediamente positivi sia per quanto riguarda il clima (ovvero le emissioni di gas serra in fase di produzione) che la scarsa presenza di composti chimici tossici nei suoi prodotti, la “tradiva” la sua manifesta attitudine a non considerare la gestione del rifiuto elettronico un onere delle società produttrici.

Il principio di responsabilità sociale individuale del produttore, di cui Greenpeace si fa convinta sostenitrice, asserisce che l’azienda che produce un apparecchio elettronico debba offrire ai consumatori servizi per il ritiro dei prodotti in disuso, e al contempo finanziarne le difficili procedure di riciclo, in un sistema di ripartizione delle spese basato sulle quote di mercato. E questo in tutti i paesi in cui la stessa azienda opera.

Philips al contrario ha più volte dichiarato pubblicamente che l’onere del passaggio dalla casa alla discarica del prodotto elettronico debba ricadere sul consumatore, e quelli dello smaltimento e del riciclo sui vari governi.

Questo è però l’assunto che ci ha portati all’odierno stato di emergenza dell’e-waste, che interessa l’intero pianeta, con 8,7 milioni di rifiuti prodotti annualmente solo in Europa, o con un sistema USA che riesce ad avviare al riciclo solo il 20 per cento dei suoi rifiuti elettronici. E, dall’altra parte, con i continui video e foto che periodicamente ci raggiungono dai paesi in via di sviluppo (Pakistan, RDC; Cina), mostrando impietosamente montagne di cellulari e monitor, ammassati in attesa di essere bruciati da uomini e bambini, avvolti da nubi di fumo tanto nero quanto tossico.

Sebbene la pressione ambientalista non avesse suscitato negli ultimi mesi alcuna chiara reazione da parte di Philips, oggi, a detta della stessa Greenpeace, la multinazionale sta iniziando a prendere in considerazione la questione. Sperando possa in breve tempo comprendere l’importanza, etica quanto commerciale, di un atteggiamento davvero virtuoso su questioni ambientali.

27 gennaio 2009
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