Greenpeace critica l’esito della COP17 di Durban, terminata domenica con un accordo a metà sulla riduzione delle emissioni di CO2. Secondo l’associazione, infatti, i negoziati sono stati un vero e proprio fallimento: non è stato firmato un nuovo trattato in difesa del clima perché governi hanno ascoltato solo chi inquina e non certo i cittadini.

Già durante i negoziati gli attivisti di Greenpeace erano entrati in azione per chiedere ai politici di cambiare rotta nella lotta al riscaldamento globale. Anche a Roma, dove alcuni manifestanti erano saliti su dei lampioni davanti Palazzo Chigi.

Secondo Greenpeace non si salva neanche il “Green Fund” da 100 miliardi di dollari che dovrebbe finanziare le misure di adattamento (non di prevenzione) al cambiamento climatico per i paesi in via di sviluppo:

Due anni fa a Copenaghen i politici avevano promesso di istituire un fondo di 100 miliardi di dollari per aiutare i Paesi più poveri ad adattarsi ai cambiamenti climatici e mitigare i disastrosi effetti sulle popolazioni più indifese. A Durban, non sono stati nemmeno in grado di trovare un modo per raccogliere e distribuire questi soldi. Mentre i dettagli di quanto discusso a Durban possono essere complessi, la verità è semplice. Siamo distanti anni luce da dove dovremmo essere per evitare i catastrofici effetti dei cambiamenti climatici.

Greenpeace “fa nomi e cognomi” denunciando pubblicamente gli stati che si sono opposti all’accordo:

Tra quelli che hanno impedito il successo dei negoziati, il primo posto in classifica spetta agli Stati Uniti, che hanno chiaramente agito agli ordini delle potenti lobby del carbone. Gli altri paesi importanti, come l’Europa, la Cina e l’India, avrebbero dovuto chiedere agli Stati Uniti di farsi da parte e unire le forze al fianco dei paesi più deboli per raggiungere dei progressi reali.

Non si salva nessuno, quindi, secondo l’associazione ambientalista che, senza mezzi termini, arriva ad affermare che “i governanti che hanno lasciato la conferenza dell’Onu dovrebbero vergognarsi“. Tra le conseguenze più gravi dei negoziati di Durban, conclude Greenpeace, c’è l’allungamento dei tempi: l’accordo, se realmente si riuscirà a farlo nel 2015, entrerà in vigore solo dopo il 2020.

Troppo tempo, un decennio, visto che molti scienziati ritengono che il picco delle emissioni di gas serra arriverà già nel 2015.

13 dicembre 2011
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