Ospitiamo l’intervento di Alberto Fiorillo, responsabile responsabile delle aree urbane di Legambiente, che è intervenuto sulla polemica che sta vedendo l’associazione ambientalista contrapposta al Comune di Roma, nella persona di Linda Meleo.

È un percorso partecipativo insolito quello che ha portato alla redazione del progetto GRAB, il Grande Raccordo Anulare delle Bici e dei pedoni capitolino. Non ha coinvolto un ambito territoriale circoscritto (un quartiere, un’area verde, un borgo…) dove sono più agevoli le relazioni di prossimità e dove più facile e immediata è l’inclusione delle persone interessate. Interessa una macro-area (la città di Roma), ma non è frutto di un dibattito stimolato dai decisori pubblici. È successo esattamente il contrario.

Il GRAB è un’infrastruttura ideata, pianificata e disegnata da cittadini e associazioni. Ha avuto il merito di stimolare le istituzioni a partecipare al progetto di un’opera pubblica che ha la forma di una ciclovia urbana ed è in sostanza un’operazione multidimensionale sullo spazio pubblico: funzionale, ambientale, economica, sociale, estetica, culturale.

Più che immaginare una pista ciclabile lunga 45 chilometri che gira dentro la città e la attraversa, l’esigenza del GRAB – antitesi del GRA delle auto – è stata fin dall’inizio quella di modificare i luoghi che attraversa, di correggerli, di migliorarli, attraverso la ricomposizione del frammentato spazio archeologico capitolino, la ricucitura delle periferie con il centro, la creazione di una cintura verde metropolitana, la trasformazione, la rigenerazione o la valorizzazione di aree trascurate.

Sempre attraverso interventi discreti, senza nessuna volumetria aggiuntiva. Realizzare questo anello vuol dire incidere realmente e con forza sul paesaggio urbano, riconquistando e restituendo agli abitanti spazi fisici della città (attraverso la rifunzionalizzazione, la manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio, la riduzione in alcuni contesti della superficie occupata dalle auto private), recuperando dunque piazze, viali, marciapiedi, giardini e aree verdi alla funzione di luoghi di socializzazione.

Questo ragionare di città non a compartimenti stagni, per nicchie di interesse, questo modo di progettare dal basso ogni singola parte del tracciato cercando di far sì che anche interazioni di breve raggio possano essere il prologo di cambiamenti più profondi dell’ecosistema urbano (come la nascita, per esempio, del parco archeologico unitario Fori-Colosseo-Appia Antica sognato da Antonio Cederna o l’incoraggiamento a quelle esperienze di street art che cercano di far crescere bellezza anche in periferia) è sicuramente il collante che ha fatto incontrare e collaborare tra loro tante persone diverse.

Dietro il GRAB ci sono, certo, associazioni nazionali e locali (Legambiente, VeloLove, Touring Club Italiano, Free Wheels Onlus, Open City Roma, Vivilitalia…), ma ci sono soprattutto molti professionisti e volontari che hanno messo a disposizione competenze e tempo e che hanno reso possibile – con zero euro di budget – l’impresa di curare fin nei minimi dettagli il progetto. Come i giovani architetti di piano b, come il tecnologico staff della “software house” Teamdev,come Pietro Scidurlo di Free Wheels Onlus protagonista di una ricognizione chilometrica in sedia a rotelle per capire come intervenire sulle aree del GRAB per renderle davvero accessibili o come i tanti che si sono occupati (e continuano a farlo) dei sopralluoghi, delle foto, del design, della grafica, dell’organizzazione di eventi e tanto altro ancora.

Il GRAB, in poco tempo, ha rimesso in moto entusiasmi sopiti e una gran voglia di allargare l’area del cambiamento. Decine di incontri, sollecitati dai cittadini delle zone attraversate dal percorso ciclopedonale, hanno dato vita a un percorso partecipativo spontaneo che ha via via consentito di migliorare il progetto iniziale e di fare in modo che rispondesse meglio alle esigenze dei residenti. Inoltre in poco tempo la squadra del GRAB è diventata molto più ampia e sono nati altri 25 progetti (ribattezzati GRAB+), dal basso, legati a doppio filo all’anello ciclabile.

Proposte di cittadini, comitati di quartiere, associazioni culturali o piccole start-up per realizzare nuovi percorsi che sono diventati parte integrante del tracciato per pedoni e pedali o che consentono di ampliare l’offerta della ciclovia capitolina con servizi aggiuntivi o di connettere all’anello principale i quartieri esterni al Raccordo delle bici di Casal Monastero, Castel Giubileo, Monte Mario, Monteverde, Ostiense, Garbatella, Pietralata, l’Asse degli Acquedotti e quello dell’Aniene.

In una stagione caratterizzata da un immaginario decadente, il GRAB si è imposto prima di tutto per i suoi tratti onirici, per la capacità di far sognare dando fisicità e concretezza a un desiderio di cambiamento urbano. È questo che ha aggregato, fatto nascere una rete, spronato un inesauribile impegno volontario.

È successo quello che diceva Adriano Olivetti: “Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande”. Questo sogno, questo progetto che grazie al lavoro volontario e gratuito dei cittadini ha avuto successo internazionale e che sempre grazie ai cittadini è stato finanziato dal Governo è finito nelle sabbie mobili del Campidoglio e tutti gli elementi di qualità che l’hanno reso popolare e desiderabile sono – come in incubo – scomparsi: niente più pedonalizzazione dell’Appia Antica, di via Guido Reni, di via Giulia, niente più sede stradale larga e protetta, niente più sicurezza agli incroci.

È necessario che Roma e i romani – perché il GRAB è di Roma e dei romani, non di questo o quello schieramento politico – pretendano che questa opera pubblica sia fatta bene, con i suoi requisiti di qualità, accessibilità, sicurezza, funzionalità. Anche perché a Roma, è evidente, è finito lo spazio per opere pubbliche fatte male.

19 ottobre 2017
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