Biomasse più inquinanti del GPL, Nomisma propone di tassarle

Nomisma, società di analisi di mercato specializzata nel settore dell’energia, ha presentato uno studio nel quale si afferma che il Gas di Petrolio Liquefatto composto principalmente da propano e butano sarebbe decisamente più ecologico della biomassa legnosa se usato per il riscaldamento domestico.

Lo studio, commissionato da Assogasliquidi, Associazione di Federchimica che rappresenta il settore del GPL, si chiama “I combustibili da riscaldamento in Italia – Riflessi economici e ambientali” e non fa altro che mettere in evidenza i lati negativi delle biomasse (legna, cippato e pellet in particolare). Afferma Nomisma:

Il confronto tra i combustibili rileva infatti che le biomasse termiche emettono bruciando, anche nelle migliori condizioni, oltre 1000 volte più particolato fine delle fonti gassose come il GPL.

Sebbene sia fondamentale tenere conto del vantaggio economico nell’uso di biomasse e della riduzione, a volte discutibile, della CO2, non dobbiamo dimenticare la priorità ambientale della qualità dell’aria.

Si evidenzia che per quanto riguarda le emissioni di polveri, NOX, diossina, l’utilizzo delle biomasse comporta attualmente emissioni molto più consistenti rispetto ai combustibili tradizionali e, in particolare, a quelli gassosi.

Le biomasse, spiega la società nello studio, emettono molto più particolato rispetto al GPL e al gas metano. Anche la presunta neutralità delle biomasse sul fronte della CO2 viene messa in dubbio:

Siccome la loro combustione sostituisce combustibili fossili ad alto rilascio di CO2, allora il consumo di biomasse comporta una riduzione della CO2. Tuttavia, negli ultimi anni il concetto di neutralità della CO2 delle biomasse si è indebolito con una maggiore convergenza sul fatto che occorre tenere conto di molteplici fattori, dal trasporto, ai danni di lungo termine alle foreste.

Il che è vero, tanto che l’UE sta ripensando le sue politiche sulle biomasse. Ma, a leggere lo studio di Nomisma, sembrerebbe che i costi energetici e ambientali relativi al GPL non siano presi in considerazione.

Produrre GPL costa energia e inquina, visto che è pur sempre un prodotto che si estrae dai pozzi petroliferi o si ottiene in raffineria. La stessa Nomisma ammette che il GPL proviene per il 50% dagli stessi pozzi di gas naturale. E quindi per l’altro 50% si fa nei poli petrolchimici.

Nessun accenno, però, alle emissioni di CO2, all’inquinamento da particolato e ai consumi energetici delle raffinerie dalle quali esce la metà del GPL che si consuma in Italia. Né alle autocisterne che lo trasportano su e giù per l’Italia dagli impianti di raffinazione alle case dei consumatori.

Ma quel che preme maggiormente a Nomisma, società da tempo attiva in un’opera certosina di contrasto alle energie rinnovabili a causa del costo degli incentivi statali, è il peso economico delle biomasse sul sistema fiscale italiano.

A differenza dei prodotti petroliferi, gravati dalle note accise a volte risalenti all’Abissinia, sulle biomasse si paga solo l’IVA al 10%. Sostituendo gli idrocarburi con le biomasse, quindi, nelle casse dello Stato entrano meno tasse:

I calcoli a livello macroeconomico per l’Italia sono significativi. Ogni milione di tonnellata equivalente petrolio (Mtep) di biomassa consumata, sostituisce combustibili tradizionali.

Supponendo che sostituisca GPL, la cui tassazione complessiva (accise+IVA) è a metà fra quella del metano, più bassa, e quella del gasolio, più alta, comporta minori entrate fiscali per circa 0,6 miliardi di € all’anno.

Ecco qual è il problema dei produttori di GPL: hanno un prodotto abbondante che proviene per metà a costo praticamente zero dai pozzi di idrocarburi italiani (e sul quale non pagano le royalties destinate al petrolio e al gas) e per metà a basso costo dalle raffinerie, con il quale potrebbero incassare centinaia di milioni di euro l’anno se non ci fosse la “concorrenza sleale” delle biomasse.

La soluzione al problema? Considerato che parlare di riduzione delle accise in Italia è fantascienza, Nomisma suggerisce l’opposto: aumentare le accise, ma alle biomasse per parificarne il costo a quello del GPL.

Anche così l’industria degli idrocarburi tenta di opporsi all’avanzata delle rinnovabili: con uno sgambetto. Naturalmente dimenticando, quando si fanno i conti, dei 2 miliardi di sussidi indiretti che l’Italia regala ogni anno alle energie fossili.

14 febbraio 2013
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I vostri commenti
Arter, venerdì 15 febbraio 2013 alle10:22 ha scritto: rispondi »

mi  sembrano le ricerche finanziate a suo tempo dai produttori di tabacco che dicevano che il fumare era addirittura una buona abitudine, ed ora escono questi studi tra l'altro pieni di lacune di dati a raccontare altre balle a favore dei petrolieri, sono solo dei lobbysti di m....come tutto questo sistema che mira al denero e se ne frega dell'uomo.

Enzo R., giovedì 14 febbraio 2013 alle22:46 ha scritto: rispondi »

La genericità raggiunta dal termine "biomasse" crea inutili quanto pericolose discussioni, pericolose poiché alimentano la confusione esistente nell'opinione pubblica. La gente non sa che, come già si sta facendo, da biomasse come la paglia e la canna comune - totalmente inutilizzabili in agricoltura - e cascami di legno si estrae etanolo che contribuisce a sostituire il petrolio e a migliorare le emissioni per combustione nell'intero ciclo produttivo, specie nel settore dei trasporti. Il Brasile è un modello in tal senso, anche se occorre continuamente migliorare i processi per raggiungere risultati assolutamente eclatanti.

miro, giovedì 14 febbraio 2013 alle20:07 ha scritto: rispondi »

Mi sa che     questo  studio   sia stato  commissionato dalle 7  sorelle,  che tuttora  indirizzano   le politiche  di ogni tipo eenergetiche e non. Se   bruciare  la legna  direttamente  nelle stufe e nei camini non è  conveniente si fanno impianti ad emizzione zero ed  è possibile. Ma non bruciare  GPL   tanto per  produrlo non si inquina Vedi  Stagno vedi  tutti i siti di  raffinazione  da  petrolio,  vedi anche controllo dell'energia  

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