Gli studiosi da tempo si arrovellano sulla predisposizione all’altruismo che può coinvolgere o meno anche gli animali. Come è noto l’uomo pare essere in cima alla classifica di questo tipo di sentimento tendenzialmente disinteressato, mentre nel regno animale alcune specie dimostrano opportunismo, disinteresse, oppure atteggiamenti figli della memoria genetica. Come osservato dal biologo Bernd Heinrich dell’Università del Vermon, durante una passeggiata nei boschi del New England, i corvi possono mostrare uno spirito di condivisione intelligente. Non è certo se a spingerli sia un sentimento disinteressato o piuttosto una scelta strategica legata al territorio. L’osservazione di un gruppo di giovani corvi alle prese con una carcassa ha messo in luce come questi volatili avessero deciso di coinvolgere altri simili per condividere il pasto, non per amicizia ma per lasciare un segno di contrasto nei confronti dei membri più anziani a capo di quel particolare territorio. Una sorta di demarcazione territoriale e reazione rivoltosa.

Alcuni gruppi di animali possono stupire con atteggiamenti positivi, come ad esempio quello messo in atto da un macaco nei confronti di un proprio simile, rianimato dopo essere stato fulminato da una scossa elettrica. Il video, divenuto velocemente virale, ha stupito per la veemenza e per la riuscita finale del gesto dimostrando marcate similitudini con l’atteggiamento umano. Ma questi atti investono trasversalmente il regno animale, spesso sono guidati dalla necessità di condividere spazi e cibo con l’intero branco. Ad esempio i pipistrelli Desmodus rotundus hanno bisogno di nutrirsi una volta ogni 36 ore, per non soccombere e morire. Soliti condividere i rifugi in colonie di 100 esemplari, mostrano una forma spiccata di cooperazione: le femmine rigurgitano il sangue ingerito dalle prede sia per crescere i piccoli che per sfamare chi non è stato in grado di procacciare il cibo. Gesti che spesso possiedono un feedback positivo e verranno perciò ricambiati in futuro.

Le formiche invece si muovono seguendo l’imprinting genetico quindi procacciare il cibo serve alla sopravvivenza dell’intera colonia, come riprodursi per crescere numericamente. Ma è il legame sociale, il branco, il gruppo a determinare il livello di altruismo come spesso accade tra i delfini, gli elefanti e i primati. Attitudini tramandate in modo ereditario ma anche dettate dall’appartenenza a un gruppo, dove la vita di condivisione è sicuramente più semplice rispetto alla solitaria autonomia. Di certo a caratterizzare un gesto è l’emotività che ne consegue, sentimento presente in molti primati ma principalmente nell’uomo. Quest’ultimo forse è l’unico ad agire in modo disinteressato, senza sperare tendenzialmente di ricevere un tornaconto. Se alcuni animali mostrano altruismo nei confronti dei membri dello stesso gruppo l’uomo, invece, è in grado di ampliare la gittata del suo gesto estendendolo a perfetti sconosciuti.

Secondo gli studiosi il nostro comportamento è il frutto di un’evoluzione cerebrale attraverso i millenni, in particolare di due aree ben precise. La prima si trova nella giunzione temporo-parietale che riguarda le sensazioni nei confronti degli altri e i gesti caritatevoli, la seconda si trova nel giro cingolato anteriore legato all’empatia. Le parti sociali del cervello umano appaiono fisicamente più grandi rispetto a quelle dei cugini primati, ma gli studiosi non credono che il formato incida sul reale comportamento. È più la conseguenza di millenni di condivisione sociale, aggregazione e appartenenza ad aver inciso rispetto alla sfera biologica. Mentre una corrente di pensiero più analitica affida alla genetica e agli ormoni la responsabilità della componente altruistica umana, ad esempio l’ossitocina che è coinvolta nella sfera dedicata ai legami e all’empatia derivata da un evento doloroso.

30 gennaio 2015
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