Gli oceani, che ricoprono il 71% della superficie terrestre, sono ecosistemi essenziali per la salute del pianeta. Malgrado questo sono sempre più vessati dall’inquinamento, dalla pesca illegale, dall’innalzamento delle temperature che ne acidifica le acque mettendone a rischio la biodiversità.

In occasione della Giornata mondiale degli Oceani, istituita dall’ONU l’8 giugno 1992, è il WWF a lanciare l’allarme: meno del 4% degli oceani del pianeta sono tutelati con aree marine protette mentre secondo i target internazionali dovrebbero arrivare al 10% entro il 2020 e al 30% entro il 2030.

Lo slogan dell’edizione 2015 è “Oceani sani, pianeta sano”, un invito pressante a prenderci cura delle acque marine riducendo sensibilmente l’impatto di alcune attività umane altamente dannose. Perché i cambiamenti che gli oceani subiscono sono molto più veloci di quanto pensiamo.

La spinta alla tutela delle acque non viene solo dalla coscienza ambientalista, ma anche da un pratico calcolo economico. Secondo una ricerca commissionata dal WWF all’Università di Amsterdam aumentare le aree protette garantirebbe un ritorno economico tra i 490 e i 920 miliardi di dollari nel periodo fra il 2015 e il 2050.

Secondo i dati gli oceani sono la settima economia mondiale, con un valore di 24 mila miliardi di dollari. Considerandoli come una nazione il PIL annuo in termini di beni e servizi toccherebbe i 2.500 miliardi di dollari, una cifra più alta di quella prodotta da alcune delle migliori economie mondiali.

Malgrado questo il 90% degli stock di pesce è sovrasfruttato: tra il 1970 e il 2010 è scomparsa la metà dei coralli presenti in tutte le acque del pianeta e il 39% delle specie marine hanno registrato una netta riduzione degli esemplari. Marco Lambertini, direttore generale del WWF Internazionale, ha spiegato:

Non possiamo continuare con il sovrastruttamento e il sottoinvestimento. Gli oceani stanno collassando davanti ai nostri occhi, ma la buona notizia è che esistono gli strumenti per risolvere il problema. Esempi reali provano che le aree marine protette funzionano, e solide analisi economiche dimostrano che vale la pena di investire.

Non solo la pesca intensiva, ma anche le esplorazione sottomarine per la ricerca e l’estrazione di petrolio e gas, i trasporti marittimi intensivi, la presenza di infrastrutture invasive aumentano il problema. Infine il fenomeno dell’acidificazione delle acque, causato dai cambiamenti climatici, ha un impatto devastante sulla ricchezza dei nostri oceani.

Un occhio di riguardo dovrebbe essere dato al Mar Mediterraneo che, grazie alla sua biodiversità, è considerato “un piccolo angolo di oceano”. Malgrado le sue acque siano ricchissime secondo gli esperti del WWF il “mare nostrum” è scarsamente protetto con solo l’1% delle acque tutelate con vincoli sovranazionali.

Nel Mar Mediterraneo ci sono aree dall’equilibrio delicatissimo, come il Santuario Pelagos, un’area marina fra Francia, Italia e Corsica, che si estende su  87.500 chilometri quadrati. Tutelare questa zona, a 16 anni dalla sua nascita, farebbe salire al 5% la percentuale protetta del Mediterraneo.

Per questi motivi il WWF sta lanciando una campagna di sensibilizzazione che farà il giro di tutto il territorio nazionale entro l’estate. Inoltre chiede di aumentare le risorse disponibili, umane ed economiche destinate alla protezione e alla valorizzazione degli oceani. Lambertini ha concluso:

Il WWF chiede, al fine di garantire reali benefici, che la percentuale di oceani tutelata dalle aree marine protette salga al 30% entro il 2030, pena un danno eccessivo alle nostre acque e all’intero habitat del pianeta.

8 giugno 2015
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WWF
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I vostri commenti
Silvano Ghezzo, martedì 9 giugno 2015 alle19:39 ha scritto: rispondi »

Purtroppo più aumenta la popolazione mondiale e più il problema si farà sentire.

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