In occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2013 abbiamo avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande a Roberto Burdese, presidente di Slow Food, associazione da sempre impegnata nella valorizzazione e promozione di cibo che sia “buono, pulito e giusto”.

Oggi, 16 ottobre, si celebra la Giornata Mondiale per l’Alimentazione. I temi di quest’anno sono salute e sostenibilità ambientale. Cosa ne pensa e come intende partecipare all’evento Slow Food?

In realtà Slow Food si occupa ogni giorno di sostenibilità e sovranità alimentare. Ovviamente, soprattutto in questa giornata, posizioneremo ancor di più l’accento sui nostri progetti, primo fra tutti i Mille orti in Africa, volto appunto a creare orti nel continente africano, aiutando le popolazioni a raggiungere l’autosufficienza e a migliorare la consapevolezza sull’importanza della sovranità alimentare.

Anche il tema salute è quotidianamente al centro del nostro impegno. Produciamo sul Pianeta cibo per circa 12 miliardi di persone, siamo 7 miliardi, oltre 800 milioni di persone soffrono per la fame e la malnutrizione mentre 1,6 miliardi sono sovrappeso o obesi. Parlare di salute, di sostenibilità, di giustizia alimentare è fare lo stesso discorso: sono punti di ingresso diversi al tema cibo, ma al centro ci sono tutte queste questioni e nessuno può pensare di essere esentato da responsabilità in tal senso. Mangiando facciamo una scelta che incide sulla nostra salute, sulla giustizia sociale, sulla qualità dell’ambiente. Speriamo che la giornata mondiale dell’alimentazione possa servire a far maturare un po’ di consapevolezza in tal senso.

Sappiamo ormai da anni come i comportamenti alimentari per così dire “occidentali”, votati a un certo consumismo, siano dannosi per la salute e distruttivi per l’ambiente. Può elencarci dei consigli che seguiti, secondo lei, ci permetterebbero e di ridurre il nostro impatto ambientale e di salvaguardare la nostra salute?

Rispettare la stagionalità dei cibi, mangiare locale, mangiare meno in generale e mangiare meno carne in particolare, variare molto la dieta, cucinare i nostri cibi, acquistare cibi freschi e prepararli (evitando quindi cibi precotti, surgelati e simili), acquistare quando possibile dai produttori, privilegiare i cibi biologici. Questi sono solo alcune delle cose che si possono fare senza spendere di più, senza dover andare a scuola, solo con un po’ di attenzione e sensibilità. Ne guadagna anche il gusto (che, parlando di cibo, non è un dettaglio marginale).

A questo riguardo Slow Food pubblica le guide Mangiamoli Giusti, in cui si forniscono informazioni e pratici consigli per un consumo sostenibile di pesce, carne, per una dieta amica del clima, per imparare a fare la spesa usando la testa. Si possono scaricare gratis dal nostro sito).

Non possiamo limitare il problema alimentazione a un problema di comportamenti dei singoli: quali sono i ritardi della politica, in Europa ed in Italia in particolare, sul tema?

È evidente che la politica gioca un ruolo importante. Basti pensare che il 40% del bilancio europeo è destinato alla PAC (Politica Agricola Comune). Tuttavia è l’approccio, in Italia come in Europa, a dover essere corretto. L’agricoltura viene valutata per il peso che ha nel PIL e per l’occupazione. Dunque è considerata marginale. Errore gravissimo! Sarebbe come dire che il cuore, visto che pesa solo qualche centinaio di grammi, è un organo marginale del corpo umano. L’agricoltura è il cuore: produce il cibo che ci serve per vivere, determina come detto prima, la salute nostra e dell’ambiente, crea economie diffuse, incide sulla giustizia sociale (metà della popolazione del Pianeta è ancora oggi fatta di comunità rurali). Prima di tutto è questo approccio culturale che deve cambiare ed è su questo punto che tutta la politica è drammaticamente in ritardo.

Uno dei temi più caldi è sicuramente l’utilizzo di OGM. Qual è la posizione di Slow Food a riguardo?

L’agricoltura ha bisogno di ricerca e di innovazione. L’agricoltura è biotecnologia. Gli OGM però sono un’altra cosa. Sono brevetto del vivente, sono un mega business per pochi, sono spingersi con la scienza in un territorio ignoto ma troppo rischioso. I problemi che gli OGM dicono di poter risolvere (ma che in realtà non risolvono o risolvono solo in parte e in maniera mai definitiva), possono trovare soluzioni più efficaci nell’agricoltura convenzionale e in quella biologica. I rischi legato all’immissione di Ogm in natura non sono ancora del tutto esplorati: si dice che non fanno male alla salute perché non ci sono riscontri oggettivi, non perché ci sia stata una indagine di lungo periodo volta a verificare le conseguenze sulla salute di animali e uomini di una alimentazione basata su vegetali geneticamente modificati.

Siamo contrari all’uso degli OGM in agricoltura perché non sono convenienti economicamente, non sono effettivamente utili a risolvere i problemi, non danno ancora risposte certe sul piano della sicurezza alimentare e ambientale, mettono a grave rischio la sovranità alimentare.

Uno dei punti cardine di Slow Food è il puntare sul rapporto fra alimentazione, territorio e cultura locale. In che modo questi tre concetti sono collegati, secondo lei?

Questi tre concetti sono inscindibili. Il modo in cui ci alimentiamo è figlio del luogo in cui viviamo e della sua cultura. L’agricoltura, i sistemi di produzione e commercio, hanno disegnato i territori, ne hanno definito la cultura, hanno delineato i sistemi sociali. L’evoluzione continua dei sistemi alimentari è stata influenzata da ciò che sui territori è accaduto, sul piano storico, economico, naturale. È solo da cinquanta anni a questa parte che abbiamo gradualmente svincolato i rapporti tra cibo e territorio e oggi il mercato globalizzato e omologato produce tutti i suoi effetti: peggioramento della nostra dieta, impoverimento dei sistemi agricoli locali, deterioramento dell’ambiente e così via. Recuperare quella relazione (non esclusiva, ma prioritaria) è una ricetta di innovazione, di sviluppo e di qualità della vita delle comunità.

In molti suggeriscono, sia per motivi salutari, sia per motivi ecologici l’abbandono dell’uso della carne, del pesce e, secondo il movimento Vegan, di tutti gli alimenti di origine animale. Ritiene queste posizioni condivisibili?

No, anche se ho molto rispetto per chi opera scelte in tal senso. Se paradossalmente tutti abbandonassero il consumo di prodotti di origine animale, le razze si estinguerebbero, verrebbe meno l’equilibrio naturale. Noi di Slow Food crediamo invece che sia necessario ridurre sensibilmente i consumi di carne, ovviamente nei Paesi dove questi consumi sono eccessivi. Noi italiani consumiamo 250 grammi di carne al giorno, la dose consigliata settimanale è di 500 grammi. E tra i Paesi del primo mondo siamo tra quelli che ne consumano meno! Dobbiamo ridurre drasticamente i nostri consumi e indirizzarli verso produzioni che rispettano il benessere animale e la qualità ambientale. Già questa sarebbe una rivoluzione straordinaria.

Per concludere, oltre che ringraziarla per l’intervista, vorremmo parlare di pesce. Anche se ne stiamo parlando poco, siamo in periodo di “fermo biologico”. In pratica, molti pescherecci non possono andare a pescare perché per legge bisogna lasciare il tempo ai pesci di riprodursi. In effetti, il Mediterraneo è sempre meno popolato di specie ittiche. In che modo, secondo lei e l’associazione di cui fa parte, si dovrebbe intervenire per ridurre l’entità di questo spopolamento? Parlo sia al livello di iniziativa politica, sia del comportamento quotidiano di ogni singolo cittadino.

Da molti anni portiamo avanti la nostra campagna Slow Fish, proprio per imparare a scegliere i pesci rispettandone la stagionalità, scegliendo con cura in base alla provenienza e informandoci dal pescivendolo di fiducia (sull’origine, sulle tecniche di pesca, sulle specie a rischio, per esempio). Nella nostra pubblicazione della collana Mangiamoli giusti dedicata al pesce, scaricabile dal nostro sito, indichiamo anche le specie SI e quelle da evitare perché in estinzione o frutto di pratiche non sostenibili. Oltre ai comportamenti quotidiani, però, siamo impegnati anche a livello politico per migliorare la politica di pesca comune europea e per implementare gli accordi e la collaborazione tra i Paesi del bacino del Mediterraneo. Nel mare non esistono confini fisici, i comportamenti virtuosi di un Paese sono annullati dalle cattive pratiche di un altro Paese che pesca nello stesso specchio d’acqua. In mare più che altrove servono politiche comuni, serve coordinamento tra i Governi, servono patti e regole condivise.

16 ottobre 2013
I vostri commenti
federico , mercoledì 16 ottobre 2013 alle22:55 ha scritto: rispondi »

salve, a cosa si riferisce la Slow Food con questa frase ? "Se paradossalmente tutti abbandonassero il consumo di prodotti di origine animale, le razze si estinguerebbero, verrebbe meno l’equilibrio naturale." grazie

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