Quando si parla di nucleare è davvero difficile non fare riferimento al Giappone. Scenario dell’unico utilizzo militare della storia della bomba atomica, il Paese del Sol Levante ospita nel suo territorio qualcosa come 54 reattori, di cui solo 19 al momento attivi.

E non possiamo certo dimenticare la recente tragedia di Fukushima. A seguito del terribile evento sismico dell’11 marzo di quest’anno, i reattori della centrale di Fukushima – e in misura minore quelli di altre centrali – hanno attraversato una crisi di sicurezza che continua ancora oggi e che è costata il rilascio nell’ambiente di una quantità di radiazioni abnorme.

Dopo mesi di “tentennamenti”, di critiche e di tentativi di relativizzare e sminuire il problema, il governo nipponico sembra essersi disposto a dichiarazioni d’intenti importanti. Le parole del premier Naoto Kan sono state in questo senso chiarissime:

Non si può più sostenere che la politica condotta fino a oggi garantisca la sicurezza dello sfruttamento dell’energia nucleare. Dobbiamo concepire una società che possa farne a meno.

Fare a meno dell’energia nucleare? Un’utopia per il presente, almeno in Giappone, dove questa fonte energetica rappresenta ben il 30% dell’intera produzione nazionale (prima del terremoto, per lo meno). Ma se i programmi per il futuro parlavano fino a non molti mesi fa di portare questa percentuale al 50% nel medio termine, oggi questi discorsi apparirebbero per lo meno di cattivo gusto. La parola d’ordine è diventata, al contrario, “riduzione progressiva” seguita da un cospicuo investimento nelle rinnovabili: dall’eolico al fotovoltaico.

Insomma, una rivoluzione energetica inversa a quella prevista dal governo italiano fino a prima del referendum. E se questo segnale arriva dal Giappone, una paese per cui il nucleare è una realtà economica (e tragica) da decenni, crediamo sia giusto tenerne conto.

Certo occorrerà attendere Kan e il suo governo alla prova dei fatti, oltre che alla dichiarazioni programmatiche. Vi terremo informati.

13 luglio 2011
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