Il terribile tsunami che seguì lo sciame sismico giapponese dell’anno scorso non ha solo causato il disastro nucleare di Fukushima. Ha anche trascinato nell’Oceano Pacifico 25 milioni di tonnellate di rifiuti: case, suppellettili, automobili, cavi elettrici e immondizia strappati alla terraferma dalla gigantesca onda e portati in mare.

La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) e la NASA americane hanno tracciato con i satelliti l’odissea marina di questi detriti e rifiuti e hanno lanciato l’allarme: una gran quantità di loro sta per arrivare sulle coste occidentali di Stati Uniti e Canada. La Ocean Conservancy, associazione che si occupa della tutela degli oceani, spiega che affrontare questa ondata non sarà semplice:

Il fatto è che non c’è un’isola galleggiante di rifiuti. A differenza di quanto comunemente si pensi, le discariche marine non sono di solito delle macchie compatte che possono essere facilmente seguite dagli aerei o da altre attrezzature di monitoraggio. Al contrario, sono disperse su larghe aree dell’oceano: i rifiuti possono essere lontani diverse miglia tra loro e persino ad una gran varietà di profondità.

Questo complica notevolmente le operazioni di recupero dei detriti dello tsunami giapponese che, molto probabilmente, continueranno per diversi anni ad arrivare alla spicciolata sulle coste nordamericane. Qualcosa è già arrivato: secondo quanto riporta il Guardian una moto Harley-Davidson strappata al Giappone dallo tsunami si è spiaggiata nei giorni scorsi in Canada. Per fortuna, spiega l’Ocean Conservancy, questi rifiuti difficilmente sono ancora radioattivi:

Poiché i rifiuti generati dallo tsunami sono stati portati nell’oceano prima che l’acqua radioattiva sia stata fatta uscire dalla centrale nucleare di Fukushima, è improbabile che essi siano contaminati. Questa ipotesi è stata confermata ai primi di ottobre quando la nave russa STS Pallada ha trovato una barca da pesca da 20 piedi di lunghezza a nordovest dall’atollo di Midway, usando le coordinate fornite dal modello matematico di Maximienko e Hafner. Sulla barca è stato effettuato il test di radioattività e i risultati sono stati normali.

Ciò non vuol dire, però, che questa montagna di rifiuti galleggianti non costituisca un pericolo per la fauna marina dell’Oceano Pacifico. Tra i rifiuti, infatti, ci sono anche svariati chilometri di reti da pesca che intrappolano pesci, tartarughe e crostacei. I rifiuti, poi, possono finire sulle barriere coralline distruggendole e persino portare con sé sulle coste americane specie di alghe, crostacei o microorganismi marini provenienti dal Giappone, con conseguente inquinamento biologico della fauna e della flora delle spiagge e delle scogliere di Stati Uniti e Canada.

2 maggio 2012
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