Lo scioglimento graduale dei ghiacciai è un processo globale ormai appurato e coinvolge anche il nostro Paese. Ecco il perché della nascita di un progetto come quello ideato dai ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, guidati dal Prof.Claudio Smiraglia, assieme a Levissima, con l’ausilio delle sofisticate tecnologie della NASA, il contributo tecnologico dell’associazione EvK2Cnr e la collaborazione del Comitato Glaciologico Italiano.

Il progetto ha lo scopo di indagare i ghiacciai dell’Alta Valtellina, per comprendere il perché dell’accelerazione del loro processo di fusione. Si tratta della “Levissima Spedizione Ghiacciai”, un progetto che trova il suo punto di partenza nel 2007, quando Levissima ha avviato, al fianco dell’Università degli Studi di Milano, un programma di sostenibilità ambientale per studiare la criosfera, in particolare nell’area del bacino glaciale Dosdè-Piazzi a 3.200 metri di altezza.

Ne è conseguito il “Nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani”, che rileva negli ultimi anni un aumento del numero dei ghiacciai, da 824 a 896, ma una riduzione superficiale pari a un terzo. Complice l’aumento delle temperature, ma anche la presenza di sabbie (in parte provenienti anche dal Sahara) e polveri varie, che possono risultare come residuo dovuto agli incendi boschivi, dalla disgregazione delle rocce, ma anche dai fumi di combustione dei motori diesel, insomma, dall’inquinamento.

Queste particelle trattenute dai ghiacci, li “sporcherebbero” determinando una riduzione del potere riflettente e un aumento invece, dell’assorbimento della radiazione solare, il ché porta ad un aumento della fusione. In alcuni casi però, quando il deposito crea degli spessori superiori ai 5 cm, può costituire uno strato protettivo, che contribuisce in maniera opposta rallentando la fusione. Una sorta di meccanismo di autoprotezione, che più volte è stato riscontrato.

Sono state messe al servizio della ricerca le più innovative tecniche e attrezzature di rilevamento aereo, un satellite della Nasa e una stazione meteorologica scientificamente avanzata (la Aws Dosdè Levissima 2.0): tecnologia aerospaziale per misurare la “salute” dei ghiacciai.

Verranno rilevate immagini ad alta risoluzione, su diverse bande spettrali e i satelliti forniranno le informazioni necessarie. Tutto ciò verrà integrato in un modello, creato ad hoc dagli scienziati per dare una definizione globale dell’intero ghiacciaio, mentre i metodi precedenti, che utilizzavano fotografie da terra, riuscivano a caratterizzare solo delle singole porzioni. Per rendere più identificabili le immagini rilevate dal satellite e dai droni e più riconoscibili i singoli elementi, sono stati utilizzati degli speciali teli blu, in materiale atossico, stesi su superfici di poche centinaia di metri quadrati.

I primi esperimenti sono già iniziati in estate e hanno portato a risultati molto incoraggianti. Sono state sperimentate anche, negli anni precedenti, tecniche di riduzione della fusione nivoglaciale, come degli speciali teli bianchi, già sperimentati in Austria e altre regioni extra-alpine, che hanno dato buoni risultati, ma che possono essere utilizzati solo a livello locale e per piccole porzioni di ghiacciaio.

Di sicuro la sperimentazione aiuterà a capire le dinamiche di questi fenomeni, ma per una soluzione forse conviene ritornare alla causa principale: il surriscaldamento del clima.

9 ottobre 2014
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