Gatti e toxoplasmosi: studio smentisce aumento dei rischi psicologici

Negli ultimi anni la scienza si è interrogata abbastanza frequentemente sul possibile collegamento, ancora in corso di verifica, tra l’infezione da Toxoplasma gondii e alcune patologie mentali, in presenza di altri fattori predisponenti. E le attenzioni si sono conseguentemente accese sui gatti, i mammiferi dove questo protozoo conclude il suo ciclo di vita, per poi diffondersi nell’ambiente tramite le feci. Un nuovo studio condotto nel Regno Unito, e pubblicato sulla rivista Psychological Medicine, sembra però scagionare gli amici felini: non vi sarebbero evidenze che l’accudimento di questi animali, anche durante la prima infanzia, possa a esporre un aumento del rischio.

Lo studio, condotto dall’University College di Londra, ha analizzato un campione rappresentativo di 5.000 bambini nel Regno Unito, per scoprire se la presenza di un gatto potesse essere collegata allo sviluppo di primissimi sintomi – quali esperienze psicotiche – predisponenti a disturbi psicologici in età adulta, conseguenti all’infezione da Toxoplasma gondii. Dai dati raccolti – elaborati su individui nati a partire dagli anni ’90 e seguiti nel corso dei decenni, per verificare vi sia stata effettivamente un’interazione continuativa con i quadrupedi – è emerso come l’accudimento di un gatto non comporti un aumento rilevabile del rischio: sebbene sia l’animale dove il protozoo conclude il suo ciclo vitale, il possesso non è più pericoloso dalle altre fonti d’infezione, quali la verdura non accuratamente lavata. Così ha spiegato James Kirkbride, a capo della ricerca per l’ateneo londinese:

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Molte persone accudiscono gatti, che sono una parte importante della vita di tante famiglie. Le nostre scoperte dovrebbero rassicurarle sul fatto che possedere un gatto non sia legato a un aumentato rischio di sviluppare sintomi psicotici.

Come poc’anzi accennato, il Toxoplasma gondii – responsabile della toxoplasmosi – compie il suo intero ciclo vitale nei felini: il protozoo viene quindi immesso nell’ambiente sotto forma di oocisti e il contagio avviene con l’ingestione, o il contatto orale, con materiale contaminato. Nella maggioranza dei casi l’infezione non genera sintomi ed effetti evidenti, tanto che si stima che una parte consistente della popolazione mondiale sia entrata in contatto con il protozoo nella propria esistenza. Da qualche anno, tuttavia, si sospetta che l’infezione possa essere connessa, in presenza di altri fattori predisponenti, allo sviluppo di disturbi psicologici quali la schizofrenia. Dai dati raccolti, però, sembra che le possibilità di un contagio tramite l’accudimento di un gatto siano assai remote, mentre molto più probabili sarebbero quelle tramite il consumo di frutta e verdura non adeguatamente lavata, così come con altri alimenti contaminati. D’altronde, non solo è necessario che il gatto sia entrato a sua volta in contatto con il protozoo – una situazione difficile per i felini accuditi esclusivamente in appartamento – ma anche che il proprietario ne ingerisca derivati fecali. Le normali raccomandazioni di igiene, quali la pulizia della lettiera con guanti e paletta – con un’attenzione in più in gravidanza, conferendo il compito al marito o a soggetti terzi – pare siano abbondantemente sufficienti per non accrescere il proprio rischio.

23 febbraio 2017
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